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Vivere a Pianaccio
Cartolina d'epoca della Colonia Combattenti - Pianaccio Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella lontana estate del ’71, quando le campane dell’antico Santuario di Madonna dell’Acero suonavano a festa per coronare il sogno d’amore di due giovani filarini. Lui, un bel giovanotto di Pianaccio, e lei, un’incantevole fanciulla di Poggiolforato. Pietro e la Sandra, i miei genitori, montanari incontrastati.
Nati e cresciuti in questi preziosi paesini, incastonati come diamanti fra due valli importanti: quella del Silla, e quella del Dardagna, 800 metri d’altezza, due fiumi, due molini, poche case, e tanta tranquillità. Questi versanti parlano di me e delle mie origini. Sono cresciuta a Pianaccio, una manciata di case abbracciate dal bosco, alle pendici del Monte Pizzetto e del Monte Grande, bagnato dal Silla, un torrente d’acqua cristallina popolato da guizzanti trote, dove il tempo sembra essersi fermato, dove il progresso non ha mai preso il sopravvento, e dove le stagioni non scorrono indifferenti sul calendario, ma si vivono e si respirano fino in fondo.
L’aria acquista tepore, e dai boschi echeggiano i canti degli uccellini, che con cori acuti e flebili risvegliano dolcemente tutto il paese. Le primule, le viole e le margherite vestono a festa la boscaglia con un manto dai colori semplici. Gli alberi, così spogli e immobili sprigionano improvvisamente tutta la loro vitalità, arricchendo il panorama con foglie e fiori dalle forme più variegate. Si scorgono api e farfalle svolazzare qua e là come impazzite, richiamate da questa miriade di colori, di profumi e dal loro dovere d’insetti, l’impollinazione, per molti studiata solo sui libri di scuola.
Giovani daini e caprioli si affacciano incuriositi sulle strade per cercare germogli sempre più freschi e teneri, sono ancora troppo piccoli e ingenui e ignorano il pericolo. Non è una fiaba, ma il risveglio della primavera a Pianaccio! I mesi passano e l’attesa si placa, è arrivata l’estate, la tanto sospirata stagione delle vacanze. Le alture si colorano di un verde intensissimo, che baciate dal sol leone e in contrasto col cielo blu brillano come non mai.
I più golosi si addentrano nel sottobosco alla ricerca dei frutti succosi di stagione: le more, i mirtilli, i lamponi e le fragoline. E’ il periodo dei villeggianti, degli alpinisti e dei fungai, che fanno a gara a chi trova la cóplina più grossa, fresca e intatta. Nelle loro vene scorre solo il gusto di scovare ed esibire il prezioso miceto, ignorando quasi quello di deliziare le fauci. Il rito si ripete regolarmente ogni anno con lo stesso entusiasmo, la stessa allegria e la stessa caparbietà. Scarponi, bastone, passo affrettato e sguardo furbo, che cela una meta da raggiungere. Stregati dall’euforia e con la speranza di riempire i panieri, si dileguano velocemente in varie direzioni come bambini che giocano a nascondino, e nessuno svela mai il proprio rifugio, o in questo caso il punto segreto del ritrovamento e delle bólate. Le ore di luce calano, la notte si fa sovrana, e la montagna si prepara ad affrontare un lungo sonno donandoci ancora nuove emozioni.
Le sue pendici si tingono a macchia di colori energici come il giallo, l’arancione, il rosso, e il verde, l’impressione è quella di essere dentro ad un quadro di Van Gogh, è un’immensa giostra di sfumature, e le parole non bastano a descriverne la bellezza. L’autunno è prossimo e puntualmente ci regala paesaggi da togliere il fiato. Tra poco il bosco offrirà il frutto più antico e comune di queste zone: la castagna, alimento principe di un tempo ormai remoto.
A Pianaccio fumano ancora due casóni, quello dell’Anita e quello di mia nonna Egidia, è il momento d’la castgnadura, e i pochi vecchi rimasti si domandano regolarmente e incuriositi come sarà la farina quest’anno. E’ comprensibile, sono cresciuti a ciacci e patólle, e ancora oggi dopo molti anni, s’interessano del destino e della sopravvivenza di questo frutto a loro caro e prezioso, forse per abitudine, o forse per il timore di dover tornare a soffrire la fame. Lentamente la colonnina di mercurio regredisce, costringendo i freddoloni come me a trascorrere giornate sempre più caserecce.
L’Egidia che non rinuncia alle sue vecchie tradizioni accende il camino, e con la sua storica padella forata dal lungo manico in legno arrostisce le castagne, ottenendo le appetitose fru∫à, e noi nipoti, a compimento dell’opera avidamente le assaporiamo, pensando all’avvicinarsi del periodo più suggestivo e atteso dell’anno: Natale.
Il “Fabuino ha messo il mantello!” grida mia nonna, vuol annunciare che il temuto signor inverno sta bussando alla porta e la neve primadiccia ha fatto cupolino.
C’è anche un altro vecchio detto che l’amico Francesco mi suggerisce, e giura essere tipico di Pianaccio e dintorni: “Quando el nuvvole i van verso Pisa tó la zappa e va in camisa” “Quando el nuvvole i van verso Bologgna, tó la zappa e valla arpognre!” Quando le nuvole vanno verso Pisa, prendi la zappa e mettiti in camicia (il tempo promette bello, si potrà lavorare) Quando le nuvole vanno verso Bologna, prendi la zappa e mettila via (il tempo promette pioggia, non si potrà lavorare) Oggi, ci interessiamo alle previsioni meteo per sfizio, per abitudine, o per l’avvicinarsi delle ferie. Una volta, una giornata piovosa, significava sottrarsi al lavoro e al pane. Vivere a Pianaccio è anche questo, ascoltare, imparare, credere alle sagge filastrocche, rispettare le tradizioni, la gente, la natura, ed io sono veramente fiera di far parte di quella piccola comunità di persone rimaste, e di essere una montanara a tutti gli effetti.
“Amate la vita delle vostre montagne, Siate fieri delle vostre montagne,” si leggeva chiaro e in rilievo sulle due facciate della Colonia Combattenti, un edificio in bella vista all’ingresso del paese. Sono passati più di sessant’anni e quelle frasi oggi non si leggono più, ma poco importa, perché a molti sono rimaste impresse nel cuore e le hanno trasmesse ai loro figli. Quante volte le mie orecchie hanno dovuto incamerare la classica e futile frase: «Abiti qui tutto l’anno? Ma come fai ?». Sorrido, con la consapevolezza di chi conosce a memoria la risposta, e con la convinzione di chi sa che non muterà mai, ed esclamo: «Sto bene, perché ci sono nata!». Affermazione semplice, banale, esauriente per quelli che come me vivono a Pianaccio, ma incomprensibile per coloro che qui non hanno mai abitato. Ogni cosa che circonda lo sguardo ha un senso, ha vita, ha purezza, l’indifferenza e la malinconia non si avvertono, persino il piccolo cimitero non trasmette quella solita e profonda tristezza.
L’aria buona, la pace e la natura non sono le uniche protagoniste nella vita di paese, esiste anche l’altro lato della medaglia, ovvero un prezzo alto da pagare, perché le scuole, il lavoro, gli ospedali, i negozi, i divertimenti e tutte le altre scontate comodità e necessità non ci sono, e per chi non ha la possibilità di spostarsi con un proprio mezzo, diventa difficile e faticoso viverci. La strada che scende a valle costeggia per buona parte il torrente raggiungendo a tratti notevoli altezze. E’ stretta e tortuosa, e nel periodo invernale ricoperta spesso da ghiaccio o neve che rendono ostile il transito. Ostacoli, che costringono a continui sacrifici fisici e morali, ma per me nulla è mai stato così determinante da farmi decidere di abbandonare Pianaccio e le mie amate montagne!

Simona Antoni

Curiosità
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