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Mio Padre
Pietro Antoni
Pietro del Pianaccio, per gli amici semplicemente Pio, e chi non se lo ricorda? Figlio di Carlo, detto Carlìn, un commerciante di carbone, ex bersagliere e reduce della guerra in Libia, e dell’Egidia, una lattaia, entrambi pianaccesi doc. Questo è mio padre e sebbene me lo ricordi calmo e tranquillo, da ragazzino era, come si dice dalle nostre parti, una vera e propria “peste”: ogni momento era buono per ruzzare, si divertiva a rincorrere e molestare la sorellina Luisa, più piccola di due anni, tendendole agguati, con la massima aspirazione di poterla acchiappare e tirarle le lunghe trecce fino a farla piangere.
La corporatura minuta e gracile celava la sua vera età, tanto da costringere la madre, d’accordo con la maestra, a fargli ripetere l’ultima delle classi elementari nonostante i benemeriti profitti, per il timore di doversi separare da quel figlio, secondo lei, ancora troppo piccolo e indifeso per affrontare gli studi in città.
Frequentò per sei anni l’Istituto Salesiano all’avviamento al lavoro “Don Bosco” di Bologna, gestito prevalentemente da sacerdoti e si specializzò con ottimi voti in tornitura e fresatura meccanica. Ricordo che era restio nel partecipare a cerimonie o a qualsiasi altra occasione a tema ecclesiastico e scherzosamente esclamava: «Mì del Messe aj n’ò belle tolte a basta!». Naturalmente si riferiva agli anni trascorsi all’Istituto.
Vista la passione per la meccanica e per i motori, come la maggior parte dei ragazzi a quell’età, sapeva condurre l’auto ancor prima di compiere i 18 anni e quante fughe di soppiatto con la Fiat 1100 di Carlino per andare a combinarne una delle sue! Questa passione crebbe fortemente in lui, senza rendersi nemmeno conto di quanto potesse diventare cospicua in futuro. Cominciò a lavorare come operaio metalmeccanico a Silla di Gaggio Montano nel ‘67. Da qui l’ascesa: dopo aver assolto agli obblighi di leva, nel 1971 decise di concretizzare i suoi sogni e assieme all’amico e coetaneo Orlando Masini costituirono la loro prima azienda denominata “SIL.MAC”.
Fu un anno pieno di soddisfazioni e cambiamenti, soprattutto perché oltre alla conferma imprenditoriale ebbe anche quella familiare, si sposò, infatti, con la Sandra di Poggiolforato, figlia di Primo (Artemio) e della Valentina e a dicembre diventò padre. La giovane età e gli assidui impegni lo tenevano lontano dal nucleo familiare, ma non appena possibile faceva di tutto per compensare gli ammanchi.
Desiderava fortemente un maschietto, ma nonostante fossi nata io, una bambina, non gli cambiarono certo le abitudini e mi portava spesso con sé, a pescare al laghetto di Farné, nei boschi a addestrare il cane Dero, un cucciolo di Setter Inglese, a volte simulava una specie di scuola guida mettendomi sulle proprie ginocchia in auto, e viandare. Mio padre, un uomo di poche parole, intraprendente e socievole, nonostante gli svariati impegni, partecipava assiduamente alla vita del suo tanto amato Pianaccio. Collaborava con tutte le associazioni presenti : (Proloco, Amici di Pianaccio, Utilisti) con lo spirito e soprattutto con la forza delle braccia: lo ricordo in occasioni di feste paesane vestito da cuoco, con tanto di cuffietta e grembiule a mescolare la polenta in piazza, o come atleta, in maglietta, pettorina e braghe corte, in gara per le famose Pianaccìadi, giochi a squadre per grandi e piccini, inventate per rallegrare i caldi pomeriggi d’agosto. Si svolgevano a “Ronchicciòlo”, un prato incantato ricco di castagni secolari, che pare facciano da guardiani a quest’oasi incontaminata immersa nella natura, raggiungibile solo a piedi tramite un sentiero dal paese, e dove oggi come allora niente è mutato. Alla fine, vincitori e vinti erano sempre tutti amici e la festa si concludeva con una gavettonata, dalla quale non si tirava certo indietro! Un anno, in occasione delle feste natalizie, assieme ad alcuni amici, decisero di addobbare l’imponente e maestoso abete di “Sambuccióne”, alto circa 48 metri e con una circonferenza di oltre due, uno tra i più alti della Regione. Naturalmente l’improvvisato arrampicatore fu proprio mio padre, affiancato dal fedele e coraggioso amico Italo, soprannominato «Sorriso». Dopo un’intera giornata aggrappati come aquile su quella cima e al freddo, l’impresa si concluse con successo e con una ricca grigliata di salsicce, accompagnata da numerosi, meritati e immancabili bicchieri di vino rosso per far rinvitulire gli avventurieri. La sera della Vigilia di Natale, all’imbrunire, l’albero fu acceso e gli occhi della gente si riempirono di stupore, ammirando increduli quell’immenso bagliore di luci illuminare il paese!
Il suo morboso attaccamento a Pianaccio e a “Cà d’babón” il borghetto in cui abitava, lo spinse ad insediarsi col lavoro proprio lì sotto casa, trasformando una vecchia proprietà di mio nonno Carlo in un vero e proprio laboratorio artigianale. Ero piccola, ma rivedo limpide le fatiche. Quassù tutto era imprevedibile, proprio come nei film, ogni giorno ci si doveva aspettare qualcosa di nuovo, certamente la monotonia non era di casa. Nel periodo invernale, predominato dalla neve, che allora non scherzava e cadeva copiosa, la produzione era a rischio, poiché la critica condizione stradale impediva ai mezzi di trasporto di salire e scendere. Un pomeriggio, durante il consueto orario di lavoro, la circolazione improvvisamente s’interruppe a causa di una grossa slavina e gli operai impossibilitati a rientrare alle loro abitazioni, furono costretti a dormire tutti a casa mia! Per non parlare poi delle innumerevoli frane e smottamenti, tutt’oggi cruccio dei pochi residenti rimasti.
Molti altri ostacoli lo accompagnarono durante la permanenza in paese, ma arrendersi era l’ultimo dei suoi pensieri. Lo scopo valeva tutti i sacrifici affrontati, ma col passare del tempo e l’espandersi sempre più, fu costretto a malincuore a trasferirsi a Lizzano. Mio padre…. era veramente un mito per me, tanto che finiti gli studi decisi di seguirlo in quest’avventura e affiancarlo in azienda, trasferitasi nel frattempo nella zona artigianale di Panigale. Tanti anni condivisi e trascorsi assieme, ricchi di collaborazione, di zuffe, di risate, ma soprattutto di successi e soddisfazioni. La calma era la sua virtù, si arrabbiava raramente, ma in certi momenti era meglio stargli alla larga e la prima a subirne le conseguenze naturalmente ero io, la dipendente che non temeva di perdere! Quanto mi mancano i suoi rimproveri, e i suoi «sorrisi sotto i baffi» quando avevo ragione. Niente lo rimuoveva dagli impegni, la forte passione per il suo lavoro lo tratteneva in officina anche fino a notte inoltrata. L’unico hobby che lo distoglieva e lo portava a disertare sul serio era la caccia.
Mi diceva sempre che trascorrere una giornata in mezzo al bosco lo faceva rinascere, sentire libero, sereno e rilassato. Questo luogo magico, dove regnano incontrastati il silenzio e la natura, dove i pensieri e le preoccupazioni svaniscono, lo considerava un autentico siero d’eternità. Una passione irrefrenabile la sua, che purtroppo gli si è rivelata fatale e che un pomeriggio di novembre del 1997 a soli 49 anni me lo ha improvvisamente portato via, per sempre, assieme a tutto quel bagaglio di saggezza che si portava dentro, lasciandomi con troppe cose ancora da imparare e da chiedergli. Ancora oggi non riesco ad accettare la sua perdita, e a volte ho come la sensazione o il desiderio, che da un momento all’altro entri da quella porta e tutto torni come prima. Costretta comunque a sopravvivere al dolore, al vuoto immenso, e ai tanti problemi, ho dovuto far affiorare in me quell’ometto che portava a pescare e che tanto desiderava.

Simona Antoni

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