nuovo gruppo!
La Patente a 6 anni
Era un caldo pomeriggio settembrino. Timide foglie ingiallite volteggiavano magicamente nell’aria sollecitate dal vento, rincorrendosi veloci come gattini, fino a posarsi dolcemente sul terreno. Aprii gli occhi e smisi di sognare,… a Pianaccio l’estate stava per finire! Pochi giorni mi separavano da quell’appuntamento che tutti ti rammentano da mesi, che attendi come un gioco emozionata ed eccitata, che vivi con un leggero senso di angoscia e gioia, e con la curiosità di scoprire quello che sarebbe successo il tuo primo giorno di scuola.
La mamma emozionata più di me, aveva predisposto l’occorrente da tempo. Tutto era pronto: la cartella, i quaderni, l’astuccio ed il grembiule. Ogni mattina mi vestiva, e alla vista di quegli ossicini che affioravano ovunque sull’esile corpicino, non perdeva occasione per definirmi uno scèdo, uno struviccio, poiché rispetto ai miei coetanei apparivo sotto peso e altezza. Mangiavo poco ed ero in moto perpetuo, possedevo comunque adrenalina da vendere e una fantasia inesauribile, alimentata giorno per giorno da tutto ciò che mi circondava.
Puntavo assiduamente a svaghi sempre più creativi quanto pericolosi, tanto che i racconti mi definiscono ancor oggi alquanto tremenda. Un vero maschiaccio di fatto e d’aspetto, capelli cortissimi, maglietta e calzoni ogni giorno, la sottana mi impediva certi movimenti. Tutto giustificato dal fatto che ho trascorso l’infanzia prevalentemente con dei fanciulli. Era il 1977, finivo sei anni a dicembre, e ancora figlia unica fantasticavo su quella compagnia tanto acclamata e attesa che sarebbe stata la sorellina Michela; ma il lieto evento era ancora distante, e nel frattempo escogitavo solitari passatempi.
Non mi era consentito allontanarmi d’attorno casa, quindi mi recavo solitamente nel borgo di fronte, dove vivevano l’Antonia Tamarri detta Tonina e suo marito Fano. L’obiettivo era quello di soddisfare il desiderio del momento, cioè trovare compagni di gioco, e proprio in quell’abitazione trascorrevano le vacanze i loro nipotini Mirco e Stefano. Mi accoglievano sempre con grande ilarità, ma soprattutto come una della “banda”. Giocavamo senza sosta, per lo più con le macchinine sopra il muretto adiacente l’orto dei nonni, alla ricerca di percorsi sempre nuovi ed inesplorati, poi giungeva l’ora di simulare battaglie coi mitici soldatini, di giocare a “cucco”, a “far pace” (nascondino) …e viandare. Quel pomeriggio tutta la mia famiglia era intenta alla preparazione della conserva di pomodoro sotto casa, e l’operazione richiedeva numerosi collaboratori.
Arrivarono i nonni da Poggiolforato, e la zia Luisa da Bologna assieme a Cristiano e Roberto, i miei cuginetti preferiti. Che meraviglia! Pile di casse colme di pomodori rosso scarlatto dappertutto, dove ci si poteva nascondere e rincorrere con abilità.
Sfortunatamente a me e Roberto, compagno inseparabile di malestri, era proibito toccare o improvvisare certi passatempi, perché potevamo farci male, ma soprattutto i grandi dovevano lavorare! La mente del duo guerriero non si diede per vinta. Annoiata e delusa dagli avvenimenti, rovistai immediatamente dentro a quel bagaglio pieno di risorse e di sogni in cerca di un’alternativa per trascorrere la giornata in allegria e senza veti. …..E qui si doveva temere per davvero!! In poco tempo sopraggiunse un’idea magnifica, e quatti quatti ci dileguammo silenziosi come felini. Roberto, nonostante la maggiore età, si dimostrava sempre paziente e remissivo di fronte ai capricci del gentil sesso, ed anche in questa occasione mi seguì prontamente senza batter ciglio, consapevole che si sarebbe divertito sicuramente!
Questa volta il gioco risultò veramente pericoloso. Il percorso fu breve, ci recammo verso la strada che porta al camposanto, (una macabra coincidenza!) proprio a due passi da casa, e lì, quasi come ad attenderci solitaria, apparve ai nostri occhi bella più che mai, la splendida Fiat 128 Rally gialla fiammante di mio padre. Il sole filtrava a picco sul parabrezza e i sedili in pelle nera erano roventi, i finestrini aperti, le chiavi inserite nel cruscotto, e solo la marcia la frenava! Alla vista di tanto splendore l’euforia e l’autorità del maschietto presero sopravvento, obbligandomi a salire dalla parte del passeggero, mentre lui avrebbe simulato la guida. L’accordo non durò a lungo, a causa della mia determinazione ed insistenza dovette cedere a malincuore e lasciarmi prontamente il comando.
Ricordo che si raccomandò più volte di fare finta, di girare solo il volante, e di non toccare nient’altro! La voglia di trasgredire e disobbedire fu più forte, e ignara del pericolo che incombeva non gli diedi retta! Regina della situazione liberai le inibizioni, e con quel minuscolo palmo della mano destra afferrai il pomello del cambio tirandolo con forza e senza remore. Inerme e col terrore negli occhi Roberto cominciò ad urlare: noooo! non toccare! non toccare!… ma tutto fu inutile. La marcia saltò, e l’auto intraprese una folle corsa all’indietro verso il fiume incitata dal forte dislivello stradale.
A distanza di pochi metri la via curvava, ma l’auto impazzita e senza controllo continuò la sua folle corsa, volando giù nella scarpata cappottando più volte. Durante il volo, venni sbalzata fuori dal finestrino. Ripresi coscienza confusa e spaventata, ma non mi resi conto della gravità dell’accaduto. Attorno solo il bosco e un agghiacciante silenzio, di fronte, la pancia dell’auto ferma sulle due ruote laterali, inclinata ad angolo acuto sopra le mie gambe, alcuni arbusti miracolosamente gli impedirono di compiere il giro e di schiacciarmi.
Ero adagiata sopra un mucchio di rovi ma non sentivo dolore, avevo alcuni graffi ma nessuna ferita, con la gamba incastrata non riuscivo a liberarmi per fuggire da quella brutta situazione e correre dalla mamma. Cominciai ad urlare e a chiamare mio cugino in lacrime, ma nulla, non rispondeva. Nel frattempo, la Tonina, che durante la bravata era affacciata alla finestra, assistette a quelle terribili scene consumatesi in pochissimi secondi e, sconvolta e disperata andò immediatamente ad avvisare i miei genitori. Terrorizzati accorsero tutti sul posto, l’auto era completamente distrutta.
Per liberarmi la dovettero alzare di peso in gruppo e Roberto fuoriuscì dallo sportello lato guida privo di sensi; durante la violenta carambola venne sballottato finendo incastrato sotto i pedali. Mio padre, sotto shock dallo spavento, mi sollevò delicatamente da terra stringendomi tra le sue braccia, toccandomi ripetutamente da capo a piedi per assicurarsi che non avvertissi dolore da qualche parte; ricordo che tremava tutto e ansimava, mi chiedeva incessantemente dove sentissi male, ed io, urlando praticamente ad un fantasma rispondevo: mi fa male solo la gamba! solo la gamba! Ero troppo piccola per rendermi conto del dramma che si stava consumando in lui in quell’orribile momento. Fummo trasportati all’Ospedale Rizzoli di Bologna con l’ambulanza, e giunti al pronto soccorso ci chiesero se eravamo caduti dalla bicicletta.
I nostri genitori rimasero senza parole, si guardarono in faccia allibiti e ancora increduli del miracolo, presero coraggio e narrarono l’accaduto ai dottori impietriti. Ne uscimmo come il gatto e la volpe nella favola di Pinocchio, frattura della tibia alla gamba destra e gesso fino all’inguine per me, e frattura della clavicola sinistra con annessa ingessatura per mio cugino. Sicuramente il primo giorno di scuola non lo dimenticherò mai, mi presentai col mio grembiulino bianco in tinta col gambone ingessato. Avevo tutti gli occhi puntati addosso dei bambini, dei genitori, e delle maestre, che incuriositi e perplessi non vedevano l’ora di chiedermi cosa mi fosse successo così piccola e indifesa!
Per più di vent’anni questa storia a lieto fine ha vagato per il Comune come una fiaba che non si smette mai di raccontare. Molti villeggianti non mi conoscevano nemmeno, parlavano soltanto di una bambina di Pianaccio che voleva prendere la patente a sei anni!

Simona Antoni

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