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PRO LOCO PIANACCIO

Racconti

La Dolente Pia De' Tolomei

di Franco Franci

Pianaccio

Il campanilismo fra villaggi confinanti della nostra Penisola viene da molto lontano. Pianaccio e Monteacuto delle Alpi non sfuggono a questa logica. La rivalità fra ciàffari e zìngari, soprattutto se giovani, esiste ancora oggi. C'è però una cosa abbastanza curiosa che accomuna le due popolazioni.
Da più di 150 anni si tramanda oralmente, di generazione in generazione, una ballata che narra la tragica fine in Maremma, di una nobildonna di Siena, Pia De' Tolomei. 
Mi sono chiesto come mai la storia di questa donna è cantata dalle nostre parti che sono abbastanza distanti dai quei luoghi.
La spiegazione che mi sono dato è che nel secolo scorso dai nostri monti, nei mesi invernali, partivano i boscaioli per quelle terre a fare il carbone. Forse, e mi piace immaginarlo così, la sera lontano da casa e con la nostalgia, i nostri nonni hanno imparato questa ballata per cantarla tutti assieme attorno al fuoco.
Da ragazzo ho spesso sentito mio padre canticchiare questo poemetto, soprattutto durante il taglio della legna.
Anche il babbo, nella sua vita di sacrifici per sbarcare il lunario, si aggregava a quelli che partivano per la Maremma; prima da bambino come il meo, poi da uomo come carbonaio.
Le nonne, la sera davanti al camino, raccontavano ai nipotini la vita travagliata di questa contessa; avevano conosciuto la storia dai loro mariti e ora la narravano come una favola. Ogni volta la novella si arricchiva di nuovi episodi di cavalieri, di duelli, di maghi e fate, di castelli e i piccoli ascoltavano in silenzio con gli occhi spalancati e la bocca aperta.
Le domande che facevano erano sempre le stesse:
"Chi era questa Signora e cosa aveva fatto per finire così male?".
Le risposte erano evasive e i dubbi, anziché calare, crescevano.
Durante gli studi, mi sono imbattuto nuovamente in questa figura, raccontata con pochi ma meravigliosi versi da Dante Alighieri nella Divina Commedia.
Anche in questo caso però le notizie sul personaggio erano state abbastanza insufficienti e di poco spessore; sembrava che di questa nobildonna se ne ricordasse solamente il Sommo Poeta.
Qualche anno fa, all'interno della pizzeria di Monteacuto, ho assistito alla declamazione della ballata di Pia De' Tolomei, da alcuni anziani boscaioli che cantavano le diverse partiture a seconda dei personaggi, il tutto ovviamente innaffiato da abbondanti bicchieri di vino.
Ho incontrato nuovamente la Signora sulla Musola, che riportava per intero il testo del vecchio poemetto oggi conosciuto ormai da poche persone; un grazie a Cortese Fornaciari di averlo segnalato anche se, come ha detto, alcune parole sono state cambiate e rime e metrica lasciano molto a desiderare.
Mi è venuto allora l'interesse di saperne di più.
Ho svolto una ricerca alla biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna e ho trovato delle notizie che in parte correggono leggermente le affermazioni di Cortese.
Il poemetto è di Giuseppe Moroni (1810 – 1880) detto il Niccheri autodefinitosi illetterato, e del quale non esiste nessuna biografia.
Scritto probabilmente, e qui i dati si fanno molto fumosi, attorno al 1850 prendendo spunto dal poema "La Pia" in tre canti (1984 versi) del pistoiese Bartolomeo Sestini (1792 – 1822), letterato e noto poeta improvvisatore che proprio con quest'opera edita nel 1821 divenne famoso a livello nazionale. Disse di essere stato attratto "…dai numerosi fatti italiani avvenuti nei feroci, malinconici e superstiziosi tempi delle fazioni".
Nella biblioteca dell'Archiginnasio ho trovato l'originale della ballata stampata nel 1876 e nella quale, Giuseppe Moroni, alla strofa 22 accenna al poema di Sestini al quale si è ispirato: "Eccoli là dove il Sestini scrisse".
La composizione poetica è di 54 ottavine, ognuna formata da sei rime alternate e due baciate:

Negli anni che de' Guelfi e Ghibellini ini
Repubbliche a que' tempi costumava, ava
Batteano i Cortonesi e gli Aretini ini
Specie d'ogni partito guerreggiava; ava 
I Pisani batteano co' Fiorentini, ini
Siena con le Maremme contrastava; ava
E Chiusi combattea contro Volterra erra
Non vi era posto che non facesse guerra. erra
    

Il brano predilige una delle molte ipotesi sulla tremenda fine di Pia; quella del sospetto d'infedeltà. 
Si racconta di Nello che parte per la guerra mentre l'amico Ghino resta a Siena e tenta di importunarne la moglie Pia; respinto medita vendetta.
Quando la guerra termina Pietro, fratello di Pia, è il primo a ritornare e va tutte le sere a trovare la sorella per fargli compagnia in  attesa del marito.
Ghino, colmo di odio, va incontro a Nello per informarlo che la moglie in sua assenza non si è comportata bene; ha ricevuto in casa un uomo tutte le notti, e propone d'accompagnare l'amico a verificare quanto egli dice.
Nascostisi una sera nel giardino Nello vede entrare in casa un uomo, non riconoscendo in esso Pietro; allora pensa solo a vendicarsi dell'affronto al suo onore.
Il giorno seguente parte con la moglie per suo castello della Pietra dove medita di rinchiuderla.
Durante il tragitto incontrano un eremita al quale chiedono da bere e la benedizione.
Giunti al castello Nello dice al castellano che dovrà tenere segregata Pia, pena la sua testa e dopo aver mangiato i due sposi vanno a dormire.
Il mattino seguente di buon ora l'uomo ritorna in città abbandonando la sposa al suo triste destino.
Pia accortasi d'essere prigioniera tenta in tutti i modi di corrompere il suo carceriere affinché la lasci fuggire ma l'unica cosa che ottiene è di andare a prendere un po' d'aria sul balcone.
Da questa posizione un giorno vede avvicinarsi l'eremita al quale confessa le sue pene, dichiara la sua innocenza e la fedeltà allo sposo; consegna al religioso l'anello nuziale affinché egli lo porti a marito spiegandogli tutta la dolorosa storia.
Intanto Nello e il padre di Pia partono da Siena per andare a trovare per un'ultima volta la donna; per strada incontrano l'eremita che consegna l'anello della contessa al marito, raccontandogli le sue dure sofferenze.
All'improvviso sentono chiedere aiuto dal bosco; corrono e trovano Ghino morente. E' stato assalito da una fiera ma, prima di spirare, riesce a confessare all'amico che la moglie è innocente e le sue accuse erano solo calunnie.
Nello con il suocero corrono al castello solo per costatare che la donna è morta di privazioni e di stenti.
La scena si chiude con i due uomini che piangono disperati.
Nella Divina Commedia Dante Alighieri racconta la vita di Pia Dei Tolomei, nel V canto del Purgatorio, in sette versi:
 
130                  "Deh, quando tu sarai tornato al mondo
                          e riposato della lunga via",
                         seguitò 'l terzo spirito al secondo

133                  "ricorditi di me, che son la Pia;
                         Siena mi fè, disfecemi Maremma:
                          salsi colui che 'nnanellata pria

136                    risposando m'avea con la sua gemma".

Siamo nell'antipurgatorio dove stanno le anime dei morti uccisi con violenza e che si sono pentiti solo all'ultimo istante; ora si raccomandano, chiedendo preghiere, per affrettare la loro purificazione.
Pia qui immortala la sua vita; tutto l'episodio è una semplice preghiera ma ogni parola, è un ricordo affettuoso e indefinito.
Senza alcuna premessa e senza alcuna presentazione, la sua figura entra prepotentemente nella scena, con la voce che continua, come un delicato tormento, il ricordo malinconico del mondo, la violenza e il tradimento subiti; tutto si nasconde e si attenua nella soave dolcezza dell'anima di una donna.
Prima di chiedere qualcosa per sé, immagina di Dante, ciò che è sfuggito a tutti gli altri che gli si raccomandano; l'ignoto pellegrino ha bisogno di riposo: "e riposato della lunga via". Un pensiero dolce di madre e di sorella che pone cura nelle cose umili che l'uomo non vede.
Nella preghiera rivolta al Poeta tende a nascondere la sua richiesta, teme di rivelarsi; osa appena sperare che qualcuno possa ricordarsi di lei, dimenticata da tutti nel mondo.
Rivolgendosi all'ignoto viaggiatore gli dice a bassa voce il proprio nome, che involontariamente nasconde un soavissimo senso: "ricorditi di me, che son la Pia"; questo verso così struggente è diventato uno dei più famosi dell'intero poema.
Racconta poi la sua vita: "Siena mi fè, disfecemi Maremma", il suo dramma terreno raccolto e velato nella tragica semplicità di poche parole.
Suona più dolente l'accenno alla misteriosa morte, piena di terrore, nella solitudine infida della Maremma. Tutto il breve racconto è un rimpianto dei giorni sereni e felici delle nozze.
Non una parola d'odio, di ribrezzo verso l'omicida e quello che vorrebbe essere rimprovero, muore in un lamento e in un singhiozzo: "salsi colui!".
E colui non appare come l'uccisore, ma sempre come sposo del quale si ricorda, non la mano brutale che uccise, ma quella buona che regalò la gemma, simbolo di un indissolubile affetto.
Non è stato facile trovare notizie sulla vicenda e sulla vita della Contessa.
Pia De' Tolomei è una persona che sembra non sia mai esistita; la storia ha avvolto la sua vita in un alone di mistero. Non c'è nessuna sua biografia e quelle dei personaggi famosi che hanno vissuto in quel periodo accanto a lei, non ne riportano la presenza. Gli unici scarsi cenni sulla sua vita, si trovano nei commenti alle molte edizioni della Divina Commedia, dalle quali ho tratto le mie notizie.
Pia De' Tolomei, sembra che il nome esatto fosse Sapia, nasce a Siena nella seconda metà del 1200 e va in sposa a Nello d'Inghiramo dei Pannocchieschi, Signore del castello della Pietra in Maremma, Podestà di Volterra nel 1277 e di Lucca nel 1313, Capitano della taglia Guelfa in Toscana nel 1284, e del popolo di Modena nel 1310, vissuto almeno fino al 1322, anno del suo testamento.
La data più probabile del decesso della contessa è l'anno 1297.
Secondo alcuni antichi commentatori, Nello fa uccidere Pia da un sicario; secondo altri, la fa imprigionare nel suo castello dove muore di stenti e di febbre malarica, quasi certamente per sposare un'altra nobildonna di Siena.
Convola, infatti, a nuove nozze nel 1298 con Margherita Aldobrandeschi, contessa di Soana e Pitigliano, già vedova due volte di Guido di Montfort e di Orsello Orsini, e che ha ottenuto l'annullamento del terzo matrimonio con Loffredo Caetani nipote del potentissimo papa Bonifacio VIII.
Nella biografia di Nello ci sono molti riferimenti a questo matrimonio; si afferma che per lo sposo sono seconde nozze poiché è vedovo di recente data, ma non si accenna minimamente né al nome, né alla casata, né alle cause della morte della sua prima moglie. In questo vuoto di notizie sulla sposa defunta gli storici inseriscono la figura di Pia.
Non si sa il vero motivo per cui Pia è stata uccisa; sembra per una sua infedeltà oppure solo per un sospetto d'infedeltà o perché avrebbe commesso qualche sgarbo nei confronti del consorte. Si fa anche l'ipotesi di uno scatto di gelosia del marito.
Una cronaca del tempo riporta come fu assassinata:
"Essendo ella alle finestre d'uno suo palagio sopra a una valle in Maremma, messer Nello mandò uno suo fante che la prese pei piedi di rietro e cacciolla a terra delle finestre in quella valle profondissima, che mai di lei non si seppe novelle".
In una vecchia ballata maremmana, si narra che il luogo dell'uccisione di Pia è il Salto della Contessa, presso il castello della Pietra, nella Maremma massetana, alla destra del torrente Bura.
Un antico commentatore identifica "colui che …", in Magliata da Piombino; avrebbe ucciso Pia per ordine di Nello, dopo essere stato il suo compare d'anello.
Con questo mio modesto scritto, spero di aver dato un piccolo contributo a questa vecchissima storia.
Debbo infine rivolgere un grosso ringraziamento al paesano Mario Zobbi e al monteacutese Aurelio Guccini, che conosco solo di vista, che dopo insistente richiesta mi hanno inciso su nastro magnetico tutta la cantata.




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