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Vita di Montagna

La vita sulle nostre montagne non è sempre stata agevole come ai giorni nostri, con la casa piena di comodità, con ogni ben di Dio da mangiare e con i servizi che permettono un rapido spostamento per necessità ma soprattutto per lo svago.
Solo in tempi abbastanza vicino a noi il modo di vivere era diverso e sicuramente molto più duro. Il paese è una comunità abbastanza chiusa, con pochi contatti verso l'esterno. I matrimoni sono celebrati fra i giovani del borgo o al massimo con abitanti dei villaggi vicini. La montagna non offre sufficienti mezzi di sostentamento. I cibi più comuni sono la polenta scondita, le castagne cucinate in tutti i modi possibili e la relativa farina, i fagioli, le patate, il pane nero, la sfoglia bianca fatta con farina e acqua, uova quando ce ne sono, la carne di maiale per chi lo possiede.
Molte persone sono costrette ad emigrare in cerca di lavoro. L’emigrazione è un fenomeno dalle caratteristiche quasi esclusivamente maschile, unica via onesta per la sopravvivenza e per il mantenimento della sempre più numerosa prole. Gli uomini validi dopo aver passato la primavera e l’estate in paese occupandosi soprattutto della manutenzione della casa, di dissodare e seminare i miseri campi, di effettuare il raccolto e procurare la legna necessaria per il riscaldamento invernale della famiglia, vanno in Francia a fare i camerieri, in Germania a coltivare i campi, nelle miniere del Belgio e addirittura a costruire strade in Persia; i più fortunati, si recano in Maremma o in Sardegna a fare i muratori, i boscaioli e i carbonai. Lavori molto duri e poco pagati. Restano lontano da casa da novembre a marzo:
Vanno via a cavallo dei Santi e ritornano a cavallo di San Giuseppe”.
Le donne, se non hanno figli, seguono i mariti a fare quello che oggi si chiama la collaboratrice domestica ma che allora veniva più crudamente definito andare per serva. Quest’emigrazione spesso diventa definitiva. Le famiglie si trasferiscono dove hanno trovato lavoro contribuendo in modo decisivo al fenomeno di spopolamento delle montagne.
Un miraggio per la popolazione durante il ventennio, incentivato dal regime fascista, è l’Africa. I giovani si trovano a dover imparare il mestiere di coloni in una terra arida del tutto differente dalle loro montagne.
La guerra, la distruzione dei borghi e lo spostamento forzato della popolazione, dovuta al passaggio degli eserciti, contribuiscono in modo decisivo all’abbandono dei luoghi montani.
La vita del paese è scandita dalle cerimonie che coinvolgono tutta la comunità: matrimoni, battesimi, funerali. Ci sono anche cresime e comunioni ma sono considerati riti minori e interessano solo i parenti. In queste occasioni ai fanciulli è messa attorno al collo una collana fatta con zuccherini montanari e, se sono molto fortunati, ricevono dai santoli anche dei regali; di solito cose utili per la scuola o per il lavoro o indumenti da indossare. Le cerimonie sono un momento importante e di gran festa per la comunità anche se non ci sono sfarzi e regali sontuosi, non sono ancora diventati di moda; la miseria la fa da padrona. I piccoli doni, solo dai parenti stretti, sono però fatti con il cuore e quindi molto più genuini;
Nel matrimonio la sposa normalmente non indossa il costoso abito bianco ma un vestito semplice che può essere riutilizzato anche in altre occasioni. Dopo la cerimonia, gli invitati si recano per un modesto rinfresco, prima nella casa della sposa poi in quella dello sposo. Non è di moda il viaggio di nozze e gli sposi più fortunati possono approfittare dell’occasione per compiere una gita di un giorno in città. La sposa riceve un corredo spesso ricamato a mano da lei stessa, dalla madre e dalle nonne più o meno ricco secondo la disponibilità della famiglia. Questa dote è sovente fonte di litigi fra suocera e nuora.  A sottolineare il patriarcato esistente in paese, la sposa si reca a vivere in casa dello sposo dovendo convivere con la suocera, il che non rende certo facile l’esistenza alle novelle sposine. 
Il battesimo è somministrato pochi giorni dopo la nascita per timore che il bimbo possa morire senza aver ricevuto il sacramento. La madre non è presente alla cerimonia perché considerata impura. Deve rimanere in casa per molti giorni. La prima uscita la compie per recarsi alla messa. Sulla soglia della chiesa è ricevuta dal parroco che le impartisce la benedizione; solo dopo quest’atto può rientrare nella vita sociale della comunità.
Il bambino, ricoperto da una candida veste ricamata a mano dalla madre o dalla nonna, è presentato alla fonte battesimale da una madrina. Per proteggere il neonato contro le malattie, sulla sua maglietta sono appuntate le medagliette dei santi cui la famiglia è devota. Il battesimo comporta solo il regalo dei santoli
Un rito che riunisce tutta la comunità è il funerale.
Si svolge normalmente di sera o nei giorni di festa per dare modo a tutti i paesani d’essere presenti. Il feretro è portato a spalla dalla chiesa al cimitero ed i partecipanti hanno una candela accasa in mano. Trascorsi quindici giorni dal rito funebre è celebrato l’ufficio per i defunti, finito il quale i parenti, fuori della porta della chiesa, offrono una pagnotta di pane a tutti i capi famiglia del paese.
Fra le due guerre, a causa della mancanza per buona parte dell’anno della presenza maschile nelle case, acquista sempre più importanza la figura della donna contrariamente a quanto affermava il regime (lo stesso Mussolini diceva che: “Della donna conta solamente la metà inferiore del corpo; deve essere sorella, sposa, madre e il suo compito è occuparsi solo dell’educazione dei figli, della conduzione della casa lasciando all’uomo ogni decisione”).
Con la guerra, il ruolo delle donne diventa determinante nella conduzione economica della casa. Il conflitto scarica sulle loro spalle compiti che erano assolti dagli uomini, sono protagoniste di un cambiamento epocale; la madre diventa il punto di riferimento all’interno della famiglia, le ragazze si adattano a socializzare con il nemico, il più delle volte, affinché la parentela non subisca delle angherie. Diventano spose di guerra, intrattengono rapporti epistolari con soldati al fronte che neppure conoscono e che solo in minima parte sposeranno dopo la guerra.
Con l’avvicinarsi del fronte, i paesi sono coinvolti nelle operazioni belliche e gli abitanti sono sottoposti a sacrifici immensi, prove durissime, freddo, dolore, solitudine, paura e morte. Per sfuggire ai bombardamenti e ai duelli d’artiglieria, si rifugiano in luoghi ritenuti sicuri, grotte o ripari rocciosi, portando con se poche masserizie e scarsi viveri e cercando di proteggere, nel miglior modo possibile, vecchi e bambini.
Le autorità hanno emesso ordinanze di sgombro dei paesi all’avvicinarsi degli eserciti ma questi ordini sono disattesi; la popolazione non ne vuole sapere di abbandonare quel poco che è riuscita a costruirsi con tanti sacrifici.
Durante la guerra c’è un’emigrazione in senso contrario. La gente si sposta dalla città verso la montagna per sfuggire ai bombardamenti. Gli sfollati iscrivono i figli alle scuole portando così una ventata di novità, mentre gli uomini rimangono nelle città a lavorare e solo per il fine settimana in treno, in corriera o in bicicletta si recano a trovare le famiglie.
C’è una data che tutti quanti ricordano: 8 settembre 1943.
Quel giorno segna la fine di tutte le illusioni, il crollo di una nazione con i suoi ideali e con le sue grandezze di carta, il crollo di un castello che si credeva invincibile, la fine di tutte le chimere che per tanti anni il regime ha raccontato. In quei giorni si vedono molti giovani sbandati che cercano di ritornare a casa con tutti i mezzi, travestiti nelle fogge più strane dopo aver buttato la divisa alle ortiche. La popolazione si fa in quattro per aiutare questi sconosciuti, sperando che in altri luoghi altre persone aiutino i loro mariti ed i loro figli a tornare a casa. 

In mezzo a questa tragedia, sono ancora le donne ad aiutare gli sconosciuti che si presentano nei casolari; li nascondono, li sfamano e li vestono con gli abiti dei mariti, dei figli, dei fratelli che sono al fronte, sperando che in altri luoghi altre madri o spose diano una mano ai loro uomini a tornare a casa.
Dopo gli sconvolgimenti politici e militari del ‘43, ci sono non pochi cambiamenti nel modo di vivere della popolazione fra il tentativo di restaurazione fascista e la lotta partigiana. Ci si sente spiati e sospettati da una parte e dall’altra, si ha persino paura di parlare con i propri congiunti temendo di essere fraintesi.
Finita la guerra con l’avvento della motorizzazione, quando spostarsi diventa più facile, si assiste ad un vero e proprio abbandono della montagna e la natura torna ad impossessarsi dei terreni che l’uomo aveva con tanta fatica liberato.

Franco Franci

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