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Curiosita'

VIDICIATICO
El pero piombo

di Alessandra Biagi

Vallata Est del Corno alle Scale
Vallata Est del Corno alle Scale

"Ucci, ucci, à sènto odòr ed cristianùcci! Qui ce né qui ce nè stà, qualche d'ùn arimpiatà!". 
E tutti i ragazzini stavano immobili, a bocca aperta, ad ascoltare, anzi riascoltare, questa storia  già nota ma capace ogni volta di gelare il sangue. 
Come non rimanere impressionati da quel racconto che aveva come protagonista un omone descritto dagli anziani che lo avevano incontrato nel bosco peloso, seminudo, altissimo,  dai lineamenti dilatati, munito di un bastone con il quale menava terribili fendenti. 
Nel racconto ognuno aggiungeva particolari sempre più spaventosi ed i ragazzi  tornavano a casa dalla  veglia serale con gli occhi puntati lassù dove, raccontavano i "grandi", abitava l'uomo selvatico. Là c'era la sua tana ed il suo regno, il bosco, dove viveva cibandosi di animali selvatici che squartava a mani nude,  e guai a perdersi  nella macchia perché l'om salvadgo  non disdegnava neppure la carne umana, "meglio se giovane e tenera come quella dei fanciulli", ed a queste parole la paura diventata soffocante. 
Ma come ogni leggenda che si rispetti  c'è sempre un fondo  di realtà  che contribuisce a renderla perquanto possibile ancor più inquietante. 
Nel caso dell'uomo selvatico esiste un luogo fisico che porta il suo nome  che si trova nel fitto della boscaglia proprio sopra il paese, ma soprattutto in questo posto ci sono alcune grosse pietre che assomigliano molto ad una tana,  un solco che sembra  uno scranno, chiamato la sedia dall'uomo selvatico, e  alcune incisioni rupestri, una forchetta, un cucchiaino ed una scritta d'origine misteriosa.
Leggende che fanno parte della  tradizione tipica  dei paesi di montagna dove in inverno, nelle lunghe veglie serali, il gusto del racconto e dell'esagerazione facevano galoppare la fantasia. 
Ne è esempio ciò che si narra anche sull'origine del paese, nato dall'avvistamento di un famoso bandito di nome Ciatico che un tempo tiranneggiava in questi luoghi. 
" …. Questo sito, dicono i naturali del luogo, prese il nome dall'esservi comparso un masnadiero modenese chiamato Ciatico, sulla testa del quale era posta una taglia di mille scudi d'oro che guadagnò un abitante col denunciarlo alle guardie estensi..." (Rivani, 1965)
Ovviamente si tratta di un'ipotesi infondata nata dall'opportunità linguistica cui ben si presta il nome del paese  (Vidi Ciatico!),  che ci introduce però ad un mistero  che ancora oggi avvolge la storia del Paese:  l'origine della torre che si erge nella piazza a proposito della quale Giuseppe Rivani scrive: 
"...ma il monumento che più interessa a Vidiciatico è la torre, poderosa opera in sasso, di conci ben squadrati, in opus quadratum, con muri di uno spessore che va dai metri 1,40 ai metri 1,30; edificio quindi di fattura dichiaratamente romanica, come dimostra con maggiore evidenza la piccola porta d'ingresso, con arco a pieno centro.  
Il tronco inferiore di questa costruzione, ritenuta molto antica, fu dunque in origine una torre di difesa del castello di Vidiciatico che si può fare risalire a poco dopo il mille e non oltre il secolo XII". 
Ma sappiamo che  all'epoca qui non esistevano né un castello né un sistema difensivo al quale questa torre potesse fare riferimento.  Un mistero quindi che ancora oggi avvolte la sua origine per la quale non rimane  che un'altra, ardita, ipotesi che anticiperebbe però di qualche secolo la datazione della torre stessa: collegarla cioè alla presenza della pieve di Lizzano e quindi all'avamposto militare posto a difesa dell'estremo confine occidentale dell'Esarcato. 
Il nome del paese ha origini altomedioevali, significa "luogo in cui è permesso tagliare i salici", che sono, infatti, ancora abbondanti alle pendici dei monti che circondano il paese. Due rioni del paese (Campiacióla e Ca'd'Gherardi) costituivano piccoli nuclei abitativi a sé stanti, tangenti il centro del paese in cui si trovava la chiesa e, pare, una piccola cinta muraria.
Gli abitanti sono detti "magalini", parola d'etimo incerto, forse da una radice preindoeuropea "mag", stomaco, pancia, quindi "dalla pancia piccola".
La Piazza: è dominata dal campanile e dalla Cappellina, abside dell'antica chiesa datata al 1393, abbattuta alla fine dell'800 per far posto a quella attuale. 
Il nome della piazza ricorda la strage nazista di Ca' di Berna del 27 settembre 1944, compiuta delle truppe tedesche in ritirata.
La Cappellina: Piccolo edificio che affianca il campanile, è l'abside dell'antica chiesa, demolita alla fine dell'Ottocento perché pericolante a causa delle infiltrazioni d'acqua di una piccola sorgente che scaturisce sotto il campanile, sorgente che ha portato, nel tempo, ad una vistosa inclinazione del campanile, visibile in particolare dalle Are. 
La facciata, dove si arrestò la demolizione della vecchia chiesa, si presenta con l'arco del presbiterio accecato che conserva però i pilastri con capitelli dorici e una chiave di volta di carattere seicentesco, mentre il portale risale al XVIII secolo. 
Sul retro dell'edificio si è conservata una bifora internamente accecata, con le due arcatelle ricavate da un unico blocco d'arenaria a formare l'architrave. Qui è ormai appena leggibile la data di costruzione della Cappellina, il 1393. 
Ai lati della bifora si notano dei bei capitelli a volute di tipo eolico, capitelli che avevano funzione di mensola. 
Le due finestre sottostanti sono state accecate già in antico. Un'iscrizione incisa su un concio sull'angolo sud-est nel lato meridionale reca a caratteri gotici la data MCCCCVII, secondo alcuni studiosi la vera data d'erezione della chiesa e secondo altri da riferire invece ad un restauro con sopraelevazione, visibile nel cambio di struttura della muratura 
Tracce di vecchie tinteggiature in rosso, che si trovano ancora nella parete sud della Cappellina, sono riferibili probabilmente ai restauri a base di tinte rosse che venivano decretati dal vescovo Ascanio Marchesini nella sua visita pastorale del 1573, e indicherebbero quindi che nel secolo XVI l'abside nella sua parte più antica, esclusa cioè la sopraelevazione, aveva già la forma attualmente visibile.
Dall'epoca della demolizione fino agli anni '60 del Novecento la Cappellina fu sede della Compagnia del Santissimo, eretta a Vidiciatico fin dal 1610.
Sul retro della Cappellina è visibile la porta d'accesso dell'antica canonica, risalente al 1570, arricchita dalla presenza di una croce scolpita nella chiave di volta.
Attualmente è adibita a deposito, dopo aver attraversato varie vicende nei secoli.
Il campanile: E' stato ricavato da una torre civica databile agli anni intorno al Mille, come testimoniano il portale d'accesso a tutto sesto sul lato meridionale e la tipologia della muratura, in conci ben squadrati d'arenaria locale a formare mura di grosso spessore (metri 1,30 - 1,40). 
La torre si eleva dal suolo per poco più d'undici metri. 
La cella campanaria fu realizzata nella seconda metà del XVI secolo, poiché già dal 1565 ospitava una campana; in essa si aprono quattro monofore centinate con l'arco in conci squadrati, ornato in chiave da sculture a mezzo busto di figure che sembra raffigurino: a sud S. Pietro (patrono del paese), ad ovest la Madonna col Gesù Bambino, a nord il Padre Eterno e ad est un angelo. 
Nella ghiera dell'arco della finestra volta a sud corre a metà un cordone a tortiglione in rilievo, forse a rimarcare il mestiere di pescatore di S. Pietro. La guglia piramidale risale al 1820, mentre l'orologio è stato posto nei primi anni del Novecento.
Attualmente le campane, realizzate dalla ditta Brighenti e datate 1825, sono quattro. 
La guglia sovrastante è stata aggiunta nel 1820, mentre la mostra dell'orologio è del 1912: è in marmo con i numeri in piombo, che sostituirono quelli originali, dipinti, che avevano bisogno di essere continuamente "ripassati" poiché sbiadivano a causa delle intemperie.
Ma, oltre alla funzione religiosa ed agli elementi architettonici che lo compongono, il campanile con la sua mole poderosa rappresenta un po' tutto il paese.  
Al suono delle sue campane sono affidate infatti tutte le notizie che interessano l'intera comunità; ecco allora che tutti diventano partecipi della festa per un matrimonio e possono godere delle "allegrezze" suonate dai campanari oppure,  avvisati dalla "passata",  della morte  di  un  compaesano. Tre piccoli  tocchi  secchi  della "grossa" per gli uomini e due per le donne, mentre l'apertura di una delle quattro persiane del campanile indicava a tutti la zona del paese dove abitava il defunto. 
Non a caso  fu proprio attorno a questa torre che nacque prima il paese e poi, nel 1393, la chiesa che lo avvolgeva interamente come dimostrano i segni delle falde del  tetto ancora presenti sulle pareti del campanile stesso. 
La Chiesa: Dell'antica chiesa di Vidiciatico rimane soltanto l'area absidale, quella che i paesani chiamano familiarmente la Cappellina, che reca la presunta data di edificazione, 1393, e la data di un restauro che nel 1407 comportò un leggero rialzo dell'edificio. 
L'attuale chiesa parrocchiale fu costruita a causa dei gravi problemi di statica dovuti a infiltrazioni d'acqua che minavano alle fondamenta quella antica. 
L'8 novembre 1874 la chiesa antica fu definitivamente chiusa e le funzioni religiose furono tenute nell'oratorio di San Rocco.
Il problema maggiore per la costruzione di un nuovo edificio era sostanzialmente economico, dopo che, per varie cause, il bilancio parrocchiale si faceva sempre più esiguo. 
Il parroco di allora, don Peltretti, non si perse d'animo e fece richiesta di fondi alla Curia, che effettivamente stanziò una piccola somma per concorrere alla nuova opera, così come fece il Comune, che stanziò £ 5000 da versare in quattro rate; i paesani prestarono gratuitamente la loro opera.
Le proposte furono tre: ricostruire la chiesa nella piazza, spostarla verso San Rocco, ampliare San Rocco. 
La morte di don Peltretti il 19 febbraio 1879 sembrò interrompere i progetti, ma il nuovo parroco, don Giovanni Cassellani, si dimostrò energico come il suo predecessore. 
I parrocchiani decisero di costruire la nuova chiesa mantenendola in piazza, ma con orientamento opposto a quella antica; ciò comportava però che parte della chiesa venisse a trovarsi sul terreno di Giovanni Guerrini, che inizialmente non voleva saperne di cedere il suo terreno per la costruzione del nuovo edificio. 
La tradizione dice che fu la moglie Maria, molto devota, a convincerlo.
I paesani avevano intanto cominciato ad abbattere la vecchia chiesa e a ripulire le pietre, con l'intento di riutilizzarle per costruire quella nuova. 
I lavori di costruzione cominciarono nel 1881 e la difficoltà più grande fu quella di togliere l'acqua che tanti problemi aveva causato, conficcando nel terreno dei grossi pali di castagno. 
La ditta incaricata dei lavori fu quella dei lizzanesi Luigi Filippi e Alfonso Biagi.
La nuova chiesa fu inaugurata solennemente il 29 giugno 1884, festa del patrono, anche se praticamente c'erano solo i muri esterni e il tetto. 
Nel frattempo, gli enti che erano stati interpellati per sostenere almeno in parte le spese rifiutarono di elargire altri fondi, per cui solo nel 1890 si giunse ad una delibera comunale che stanziò altre 1500 lire in cambio dell'uso della Cappellina come edificio scolastico. 
All'inizio la chiesa aveva solo tre altari, tra cui il maggiore, su cui, come oggi, si trovava la pala della vecchia chiesa, la tela raffigurante la consegna delle chiavi a San Pietro, opera di Antonio Crespi datata al 1641. 
Il tabernacolo, quello ancor oggi visibile, fu realizzato dall'abile intagliatore e doratore mastro Silvestro Pozzi di Grecchia. 
L'altare era in pietra, opera dello scalpellino Giosuè Cioni di Pra' dalla Villa, fu spostato nella cappella del cimitero quando nel 1941 il cardinale Nasalli Rocca consacrò quello nuovo, attualmente visibile.
L'altare della Madonna del Rosario in origine ospitava la secentesca statua della Vergine che attualmente si trova in San Rocco; quella attuale è degli anni '30-'40 del Novecento ed è circondata da 18 quadretti, 15 con i misteri e i 3 sottostanti con San Luigi Gonzaga, la Madonna di Pompei e Santa Rosa da Lima e Sant'Anna. 
Gli affreschi furono realizzati nel 1939 dal prof. Dante De Carolis di Bologna.
Il terzo altare fu dedicato a Sant'Antonio da Padova e al Sacro Cuore di Gesù. 
Era fornito di una grande tela opera di Pierfrancesco Cittadini, datata al 1627, raffigurante il Sacro Cuore, e di una grande statua del Santo. 
Nel 1929, in seguito a una cospicua donazione di Angelo Carpani, l'altare fu dedicato alla Sacra Famiglia; a Sant'Antonio fu dedicata la piccolissima cappellina costruita da don Giuseppe Tabellini nel 1927 all'entrata destra della chiesa e la Compagnia del Sacro Cuore si trasferì presso l'altare della Madonna.
Nel 1922 don Carlo Brozzetti fece costruire le due cappelle laterali, quella detta "degli uomini" e quella di fronte, dove canta attualmente il coro parrocchiale; nel 1930 don Tabellini ampliò la cappella di sinistra e costruì la sacrestia sul retro, nel 1931 fece fare l'impianto elettrico e nel 1941 cambiò il vecchio altare di pietra con uno di marmo. 
Le colonne monolitiche che separano le due cappelle laterali dal presbiterio sono opera degli scalpellini locali di Case Corrieri, realizzate con arenaria cavata poco a monte dello stesso luogo.
Nel 1931 il cardinale Nasalli Rocca, nel corso delle solenni celebrazioni per i 300 anni dell'oratorio di San Rocco, concesse alla chiesa di Vidiciatico la dignità di Chiesa Arcipretale.
Sulla porta d'ingresso,  un pregevole organo costruito nell'Ottocento dell'artigiano bolognese Adriano Verati.
Molto recentemente il parroco don Giacomo Stagni ha restaurato e ampliato la cappella degli uomini, eliminando parte della sacrestia. 
Nella nuova cappella hanno trovato posto alcune statue di Santi che non avevano più una loro collocazione, sant'Antonio da Padova e santa Lucia, mentre il titolare san Pietro è stato alloggiato in una nicchia a destra dell'altare della Madonna.
La canonica si trovava dietro la Cappellina, e per ricostruire il tetto, crollato alla fine del '600, il cardinale Boncompagni ordinò che si utilizzassero 
"… quei castagni novelli che crescono nella Chiusa".
Ca'd'Gherardi: Attualmente è conosciuta dai turisti come Borgo Antico, ma il nome originario vive ancora nella parlata dei paesani. 
Costituisce il vero centro del paese, il punto in cui, secondo recenti studi ancora in fase di completamento, si trovava un piccolo nucleo fortificato, databile intorno all'anno Mille, nucleo che costituiva il centro civile del paese, poco distante dal centro religioso. 
È una piazza che ha conservato molto dell'aspetto antico.
Si accede tramite quattro voltoni che formano una sorta di piccola "fortezza" in grado di offrire riparo  agli abitanti ed i loro animali. I voltoni potevano essere chiusi con portoni di legno in caso di bisogno; la fontana, che nel 1894 ha sostituito il pozzo che consentiva l'approvvigionamento idrico; le case che, sebbene modificate nell'aspetto esterno, conservano ancora la struttura circolare del borgo. 
Qui si trova anche un bel "casone" (essiccatoio per le castagne) molto antico, di proprietà dei Gherardi, l'unico sito in paese. 
Il nome del luogo significa "casa di quelli di Gherardo"; qui aveva sede una famiglia molto antica, variamente diramata e ancora oggi molto presente sul territorio, un tempo molto ricca, soprattutto di pecore. 
Nella casa più alta della piazzetta risiedeva il capo vergaio, che coordinava il lavoro degli altri pastori destinando i luoghi di pascolo delle greggi. 
I documenti testimoniano la presenza di 40mila capi di bestiame ovino nel territorio del Belvedere alla metà del '600, sottoposti a rigide regole sanitarie per evitare epidemie d'afta epizootica. 
In epoca antica pare che anche il bestiame trovasse riparo entro la piazzetta, in caso d'incursioni di briganti o predoni. 
Da qualche anno è gemellata con la piazzetta della Còrniola di Lizzano.
Oltre ai Gherardi, noti dal XV secolo, si trovavano qui i Farneti e i Bernardi.
L'Osto: Subito dietro Ca' d'Gherardi, altro edificio di valore. Luogo frequentatissimo dai boscaioli il sabato sera al ritorno dal lavoro dopo un'intera settimana trascorsa a fare legna o carbone, ancora oggi perfettamente conservato ed in funzione nella sua destinazione originaria dopo secoli di ininterrotta attività.
Osteria del 1505 posta sull'antica strada che conduceva a Madonna dell'Acero al confine con il territorio modenese. Fin dal suo nascere era anche posto di sosta per mercanti, briganti e pellegrini, con possibilità di cambio e ristoro anche per la cavalcature, poiché dietro si trovava una stalla con una piccola officina di maniscalco. 
Ca' di Pastori: di fronte all'Osto si trova e di proprietà della famiglia Cioni.  
Campiacióla: il nome antico di questa piazzetta si è italianizzato in Campiacciòla, o anche mutato in Piancacciòla. 
Il significato originario è "piccolo campo piano", dove "campo" è da intendersi come "piazza". In origine, infatti, questo luogo era uno spiazzo erboso circondato dalle abitazioni, con un pozzo al centro, sostituito poi da una fontana come in Ca' d'Gherardi. 
Anche Campiacióla aveva i voltoni (almeno tre), ma ne rimane uno soltanto. 
La strada che scende verso l'attuale Parco Noci (oggi Via R. Gherardi ma un tempo Via Serretto di Damino) era l'antica strada altomedioevale che conduceva verso il modenese e verso il castello di Monte Belvedere; durante la peste del 1630-31 era utilizzata anche per portare i moribondi nel lazzaretto sito proprio nell'attuale Parco Noci detto, fino alla nuova denominazione nel secondo dopoguerra, Campo dei Morti.
Qui si trova anche un passaggio segreto che permetteva di uscire non visti dalla piazzetta, verso l'attuale Via Due Giugno ed è possibile ammirare i resti di un antico portale tamponato risalente al XV secolo.
Tra le famiglie che ebbero qui la loro origine la più antica è quella dei Biagi, che avevano un "quartiere" tutto loro (Ca' di Biagi), poi i Fiocchi e i Cioni
Le Are: questa piazzetta non era chiusa da mura, essendo più recente delle altre; inoltre la posizione leggermente rialzata, verso Il Poggio, forniva un buon punto d'avvistamento in caso di pericolo. 
Il nome indica la presenza qui di piccole aie ad uso famigliare, spazi che venivano usati per l'allevamento di bestiame minuto e per le attività connesse alla trebbiatura del grano.
Un'altra ipotesi, non confermata, vuole che il nome derivi dalla presenza qui d'altari pagani, di cui però non vi è traccia né archeologica né documentaria.
Fino al secondo dopoguerra qui e nella piazza si teneva il mercato, tanto che fino al 1944 la piazza principale si chiamava Piazza del Mercato.
Le famiglie originarie di questa piazza, documentate nei libri canonici almeno dal XVI secolo, sono i Cheli, i Giovanelli, i Marcacci e i Guerrini, i fabbri del paese fino a qualche decennio fa.
San Rocco: La fisionomia dell'oratorio, di forma rettangolare con le sue linee pulite ed armoniose, il tetto a capanna, il campanile a vela e l'antistante porticato, è rimasta pressoché invariata nei secoli tranne che per la costruzione  nel 1931 di una piccola sagrestia aggiunta sulla parte retrostante e della pavimentazione interna in marmo realizzata nel 1956. 
E' un bell'oratorio costruito dagli abitanti di Vidiciatico tra 1631 e 1636 come ex-voto dopo la peste del 1630, come attesta l'iscrizione presente nella pala dell'altare, raffigurante la Madonna di Loreto, San Rocco e San Sebastiano. 
Fu voluto dal parroco del tempo, don Giovanni Mazzini, che per edificarlo fece ricorso, oltre che alle offerte dei paesani, anche a sue rendite personali.
Narra la leggenda che durante la peste i paesani decisero di acquistare  le statue dei Santi Rocco e Sebastiano e che l'epidemia cessò all'improvviso proprio quando le due effigi arrivarono in prossimità del paese.  Il fatto attribuì loro facoltà miracolose tanto che l'anno successivo, nel 1631, gli abitanti costruirono un oratorio per dare loro degna ospitalità.
In realtà la storia di questo edificio racchiude un piccolo mistero, quello che tutti, paesani e turisti, conoscono come l'oratorio di San Rocco, dimenticando spesso il povero Sebastiano, in realtà è dedicato alla Madonna di Loreto come testimonia il quadro che fa bella mostra di se sull'altare e che farebbe supporre l'esistenza in questo luogo di un edificio sacro antecedente ai fatti descritti. 
L'interno ha pianta semplice, a capanna, con ampio arco di accesso al presbiterio, diviso dalla navata da un'elegante balaustra in pietra arenaria scolpita finemente con motivi di fiori. Il pavimento in marmo è moderno, posto negli anni '50 del Novecento. 
La pala dell'altare maggiore, che raffigura la Madonna di Loreto con San Pietro a sinistra, San Giovanni a destra e in basso San Rocco a sinistra e San Sebastiano a destra, non ha particolare pregio artistico, ma è molto importante per le iscrizioni nei cartigli, che sono testimonianza della volontà degli abitanti di Vidiciatico di erigere l'oratorio insieme al proprio parroco.
Nella parte inferiore, riporta l'iscrizione:
"Villa ILL°r de Vitichiatico non alio  sydere confino A.S. 1631 una cum rectore ex voto".
A sinistra dell'altare si nota un affresco, d'origine Seicentesca, venuto alla luce nel corso di saggi nel 1996.
Raffigura San Giacomo Maggiore e nella mensola sottostante si trova un'iscrizione, purtroppo mutila, con la quale don Mazzini intendeva ringraziare San Giacomo per la concessione di beni con cui egli poté provvedere all'erezione dell'oratorio. 
San Giacomo, infatti, è patrono di Sassomolare, da dove don Mazzini proveniva e dove aveva diverse rendite.
Visibili ai lati dell'altare, due pregevoli statue dei Santi Rocco e Sebastiano, in cartapesta dipinta e coeve all'oratorio. Furono portate a spalla dal vicino territorio montesino: si dice che non appena le due statue entrarono in territorio belvederiano, la peste cessò di infuriare. 
Questo fatto ha originato la festa del Perdono d'Assisi che ancora si celebra ogni anno, con processione delle due immagini per le strade del paese, il 1 agosto, data tradizionalmente considerata quella di arrivo delle due statue.
Si conserva anche una bella statua settecentesca della Madonna del Rosario.
L'esterno mantiene le caratteristiche originarie, come il portico antistante e il bel campanile a vela, salvo però l'intonaco voluto negli anni '30 del Novecento da don Giuseppe Tabellini. 
Lo sviluppo edilizio dell'ultimo dopoguerra ha portato gli edifici a circondare l'oratorio, che in origine era fuori paese; era circondato dal cimitero del paese fino alla fine dell'800.
La chiesa ha conservato nel tempo la sua destinazione cimiteriale con la creazione di un piccolo Parco delle Rimembranze su cui furono posti 15 alti abeti, purtroppo dopo un recente abbattimento ne rimangono solo 7, in ricordo di altrettanti caduti magalini della Prima Guerra Mondiale.
Il campanile a vela è uno dei pochissimi rimasti, con quello dell'oratorio dei Fiocchi, sopra Rocca Corneta.
I Lavatoi: sono stati costruiti nel 1950 per volere del sindaco di allora Riccardo Bernardi, dato che le donne non avevano più un posto in cui lavare la biancheria dopo la copertura del Gurione, ruscello che ancor oggi attraversa il paese sottoterra. 
A proposito del Gurione, un tempo circolava una filastrocca che gli abitanti dei paesi vicini recitavano per prendere un po' in giro i magalini: 
"Un ciaccio caldo, un "topo" fritto, un po' d'acqua del Gurión… Gesù Maria, che buon boccon!".
Poco sopra il paese si trova invece la piccola edicola votiva di Fontana d'Affrico  da sempre meta prediletta per le donne di Vidiciatico. Si cominciava ad aprile quando le prime giornate di sole invogliavano ad uscire in una sorta di pellegrinaggio continuo che, fra rosari e chiacchiere, proseguiva fino all'autunno.  
Per quanto riguarda la storia di questa cappella nel 1692 il cardinale Girolamo Boncompagni in visita alla parrocchia di Vidiciatico annota per la prima volta  la presenza di una fonte che i locali chiamano Affrico, sulla quale è posta un'immagine della Beata Vergine detta Bocca di Rio.
"…in facie ipsius scatet fons qui dicitur Affrico supra quem exposita est imago B.M.V. vulgo dicta Bocca di Rio"
Iimmagine proveniente probabilmente dal pellegrinaggio di un abitante del posto all'omonimo santuario castiglionese. 
L'attuale cappella è frutto dei tanti interventi succedutisi negli anni l'ultimo dei quali eseguito dai militari dell'82° reggimento fanteria motorizzato "Torino"   nel corso del campo d'arma estivo del 1951.  
Più difficile è trovare invece l'origine del bizzarro nome dato a questo luogo se non intenderlo come l'indicazione di un luogo posto a scirocco, cioè a Sud-Ovest, con riferimento al vento di origine africana, com'è appunto la posizione della fonte d'Affrico rispetto a Vidiciatico.

Toponomastica

Spesso mi sono chiesta se i luoghi che noi comunemente indichiamo con un determinato nome siano sempre stati chiamati così e quante persone siano a conoscenza del "vero" nome di un luogo. 
Ho scoperto che io per prima non conoscevo affatto la denominazione originaria di tante zone del mio paese, conosciuta ormai solo da persone anziane ma caduta in disuso da tempo. Lo spunto per una ricerca sulla toponomastica di Vidiciatico mi è venuto dalla rilettura degli articoli di Edoardo Rosa sugli estimi belvederiani del 1475, comparsi su La Mùsola. 
La presenza di un toponimo in particolare, "el pero piombo", mi incuriosì, perché mi ricordava un termine che a volte avevo sentito in famiglia, I Propiómbi, con cui si indica il luogo in cui oggi si trova il parcheggio presso le ex Scuole Elementari. 
A questo toponimo "vegetale", che indica il luogo in cui cresceva una determinata specie di pero, se ne affiancano altri, alcuni molto antichi ancora presenti quasi immutati sul territorio e relativi a caratteristiche geomorfologiche dei luoghi, altri più recenti, legati a nomi propri o alle attività produttive in essi condotte.
Cominciamo dalla Maséra e veniamo verso il paese. 
La Maséra deve il suo nome al fatto di essere un luogo sassoso e dove c'erano depositi di pietrisco da stendere sulle strade, dato che vuol dire "mucchio di pietre". 
Dalla Maséra ci dirigiamo verso Camprenna, toponimo quanto mai interessante, perché sembrerebbe di origine etrusca, ma il significato rimane piuttosto oscuro. 
Sotto Camprenna c'è il Cinghio, toponimo molto antico derivante dal latino cingulum, recinzione. 
Sulla strada si trova la Svoltàda del Màrtoro, un personaggio che viveva a Sasso agli inizi del Novecento e pare che commerciasse in pelli di animali; la tradizione vuole che la curva abbia preso il suo nome perché, per far prima a tornare a casa, egli accorciasse il tragitto passandoci sotto. 
Più avanti c'era il Molin d'la Nó∫e, Mulino della Noce, così detto perché quando fu costruito emerse da terra un enorme tronco di noce. Don Felice Baldi, proprietario del mulino, cominciò a produrre energia elettrica per Vidiciatico al Mulino della Noce già poco prima dell'ultima guerra.
Sopra al mulino, sulla strada, c'è Ca' d'Baldi, detta anche Il Volàno: il nome sembra da porre in relazione a un volàno, appunto, che consentiva di stabilizzare, accumulando e cedendo energia, la rotazione dell'albero delle macchine alternative; fino agli anni '50 c'era qui uno spaccio di sali e tabacchi e di generi vari. 
Più avanti c'è La T'masìnna, La Tommasina, che durante la guerra fu bombardata e rasa al suolo perché c'era un deposito di munizioni tedesco. La Tommasina (nome della proprietaria?) è un luogo molto antico, dato che si trova già citato almeno dalla fine del '500, e passa per essere un posto in cui si vedono i fantasmi. 
Ancora oltre c'è Ri' Quadalti, Rio Quadalto, a volte  italianizzato in un brutto Rio Guadalto: un'ipotesi possibile è una sincope tra "acqua" e "alto", una cosa come "acqua alta" o "acqua dall'alto" e pensando che Rio Quadalto forma la cascata alla Canala, forse potrebbe anche essere così.
Dall'altra parte della Maséra il primo posto che si incontra è Il Póggio, di significato chiaro.
Poi Le Serre, tutti quei campi che fiancheggiano la strada, luogo che deve il suo nome alla posizione alta e aperta. 
Ancora avanti c'è Pra' d'Ventura, sull'antica strada che saliva verso La Ca'. Non so se Ventura era un nome di persona o un soprannome, tipo di qualcuno che andava un po' in giro senza meta. 
Poi c'è Prasiólo, che in un elenco di toponimi del 1552 compare come "Pradriolo" (sempre che sia lui): se così fosse, avrebbe un certo senso, "prato di Driòlo", diminutivo del nome medioevale di Andreòlo; perché come Prasiólo non mi sembra che ci siano molte possibilità.
La Canala  (nel 1475 "la Chanala") è quel piccolo borgo posto presso la cascata, dal toponimo di significato trasparente di canale, canalizzazione. 
Procedendo verso il paese troviamo Valibóna, dove si trova la strada che sale dalla piscina: non è chiara l'origine di questo nome, che sembra indicare una valle buona (fertile) o bella, fatto che però non rispecchia la morfologia del luogo che è più un poggio, fra l'altro esposto a nord, che non una valle. 
Valibóna è sormontata dal Polendìn, un cucuzzolo tondeggiante un tempo destinato a pascolare le pecore. 
Sotto Valibóna si trova La Borraccia, nome originario dell'area in cui attualmente si trova la piscina, nome che indica un luogo in cui precipita o si raccoglie dell'acqua. Considerando che poco sopra abbiamo La Canala, si potrebbe pensare a qualche opera idraulica di molto tempo fa, magari il famoso canale navile di cui tanto si è parlato, scavato a partire da Poggiolforato per portare a Bologna per via d'acqua il legname dei nostri boschi. 
Sopra il Polendìn si trova Villa Dalla, detta anche Casina Rossa dalla tinta dei muri: fu costruita negli anni '30 del Novecento dal Cavalier Dalla di Bologna, come casa per le vacanze. Era circondata da un grande appezzamento di terreno coltivato a grano marzóloe ad alberi di frutta, regolarmente saccheggiati dai ragazzi del paese, inseguiti dal fattore, Roberto Carpani di Maenzano (Ruberto d'Dalla). Era noto per avere un carattere un po' difficile, per cui al suo arrivare i ragazzi erano lesti a scomparire, per evitare tirate d'orecchi e, all'occorrenza, qualche nerbata nelle gambe. Attualmente Villa Dalla, ampliata e ristrutturata, è diventata il Centro Vacanze dei dipendenti del Ministero della Difesa. 
La zona della Casina Rossa più anticamente era detta Cervara, in dialetto Servara, di significato trasparente, anche se da tempo i cervi sono scomparsi. Un'altra ipotesi è che derivi dall'erba cervina (Nardus stricta).
Procedendo verso il paese c'è poi Il Fornello, dove si trova quell'ampia curva panoramica (recentemente dedicata a Pino Giovanelli che per molti anni fu presidente dell'Azienda di Soggiorno) da cui si gode una bella vista sul Belvedere e anche oltre. Il nome Fornello sarebbe da riferire alla presenza di una fornace o, secondo altri, al fatto che quando si passa la curva, totalmente esposta a nord, si sente un deciso aumento della temperatura. 
Poi si arriva al Lagaccio, tra il Fornello e l'Albergo Italia, così detto perché in questo luogo si raccoglieva molta acqua nei periodi di piogge intense, acqua che poi rimaneva per diverso tempo; ancora oggi è un posto piuttosto umido. 
Nell'area del Lagaccio si trova La Conserva, ambiente scavato sottoterra per la raccolta e la conservazione della neve nei mesi estivi; la neve, avvolta da strati di paglia per garantirne il mantenimento, veniva utilizzata per conservare i cibi in mancanza di frigoriferi. La grande porta di ferro è ancora quella originale, con alcuni fori ricordo dello scoppio, lì nei pressi, di un proiettile di mortaio durante la Seconda Guerra Mondiale.
La piazza attualmente si chiama Piazza XXVII Settembre, in ricordo dell'eccidio di Ca'di Berna del 1944, ma prima si chiamava Piazza Maggiore. Fino agli inizi del Novecento c'era un orto al centro, di fronte all'Albergo Aurora, dove la mia bisnonna Apollonia Malavolti nel 1894 piantò sei piantine di abete rosso, acquistate al mercato a Porretta Terme: attualmente ne sopravvive uno solo, quello usato come albero di Natale.
Dietro la chiesa si sale alle Are: secondo il maestro Giovanni Carpani il nome poteva essere messo in relazione alla presenza lì di altari pagani, ma penso che sia più probabile che si trattasse di aie. 
Dietro le Are si trova Il Póggio, con vista, un tempo (ora ci sono molti edifici), sulla Borraccia e sul Trebbiaccio. Le Are, fino a poco prima della guerra, nelle carte era detta Piazza del Mercato.
Dalle Are scendiamo in Campiacióla, che nella parlata diventa anche Piancacióla, cioè piccolo campo pianeggiante. Questa piazzetta, come Ca' Gherardi,  come forse Il Fondaccio a Lizzano e come la piazzetta di Casale, serviva da rifugio in caso di incursioni di banditi predatori di bestiame: si rinchiudevano dentro le pecore, insieme agli umani, per questo c'era bisogno di erba, per sostentare, anche solo brevemente, il bestiame finché non fosse passato il pericolo. 
Su Campiacióla incombe La Cappellina, ciò che resta dell'antica chiesa, datata 1393 e purtroppo attualmente in cattivo stato di conservazione e soprattutto non adeguatamente valorizzata. 
Di fronte alla Cappellina c'è Ca' dî Biagi
Dietro Ca' di Biagi troviamo un campo con alberi da frutto detto El Pra', così come la prima particella di terreno del Parco Noci è detta El Campdìn, ad indicare una ridottissima estensione di terreno.
In Campiacióla si è conservato solo un voltone: la prima casa che si trova sulla destra, prima di entrare nella piazzetta, era detta Il Circolo perché luogo di ritrovo per bere e ascoltare la fisarmonica di Angiolino Cioni (Angiolìn del Circolo). 
Di fronte al Circolo si trovava un bottaccio scoperto che consentiva il funzionamento del Mulino di Sotto (di proprietà Farneti). 
Da qui scendiamo al Trebbiaccio, l'attuale Parco Noci, anch'esso di significato trasparente legato alla trebbiatura. Un'altra denominazione di questo luogo è Camp'dî Morti, in relazione al suo utilizzo come lazzaretto e cimitero durante la peste del 1630. 
Di fronte si trova Camaneschi (nel 1475 "Chamaneschi"), di significato chiaro, che si trova su un poggio circondato da diversi prati (un tempo poderi) detti, da Vidiciatico verso Villaggio Europa, Le ScaletteLa SciaPoggio Cabrilón e, verso la SP 324, I Vedgàcci, cioè salici selvatici di cui è ricca la zona. Con I Vedgàcci confina La Docióla (nel 1475 "Dozola"), forse in riferimento ad acqua corrente. Non è dato sapere il significato di Poggio Cabrilón: vi si alzava il gomito? Abitava qui un Gabriellone? Sono aperte tutte le ipotesi. 
Tra Maenzano e Vidiciatico si trova Ca' dall'Ara (nella parlata spesso diventa Cadalàra), di significato probabilmente analogo a quello delle Are.
Tornando in paese, all'inizio di Via San Rocco, a sinistra, dove attualmente si trova una villa, c'era il Camp' di Pastori, forse luogo di raduno di pastori transumanti. 
Poco oltre c'è La Vallaccia, dove oggi c'è la casa di riposo Villa Clelia. 
Poco oltre, sulla sinistra, su Via Caduti di Ca' Berna, è ancora visibile un grande prato con alberi da frutto detto No∫e Scòcciola (nel 1475 "Nox cozuola"), toponimo legato alla presenza qui di questo particolare tipo di noce; l'area di Noe Scòcciola faceva parte di un più vasto podere detto I Sassón, dalla presenza di grandi massi erratici inglobati negli edifici produttivi (stalle, fienili) oggi trasformati in ville. 
Più avanti si trova Campiàn, Campo Piano, che definisce una parte dell'area tra Vidiciatico e Lizzano ai piedi del Monte Pizzo detta Campianìn
In quota, sul versante del Pizzo che guarda verso Vidiciatico, c'è Pra' d'Guido, che sovrasta L'Albare', "l'albereto", proprio sotto il Pizzo delle Tese, che secondo la tradizione deve il suo  nome al fatto che qui si tendevano grandi reti per catturare gli uccelli di passo per rifornire le voliere di Cosimo de'Medici: ma credo che sia più facile pensare a una cattura a scopo più prosaico, alimentare. 
Più sotto Battùda e Grédo, già in territorio lizzanese come Gli Sgrécchi, forse "a serecchio", cioè verso sera, vale a dire verso ovest. Battùda sembra da riferire a un' "abbattuta" di alberi, ma chissà… Potrebbe indicare o un luogo in cui si batteva qualcosa (grano? castagne?) o dove si svolgevano battute di caccia. Per Grédo non saprei: potrebbe essere una distorsione dell'italiano "greto", che oltre ad indicare la parte del letto di un fiume che rimane fuori dall'acqua, indica anche un terreno pietroso o argilloso. 
Tornando in quota, sotto La Sbocàda d'el Tese c'è Budiàra, un bellissimo podere, deve il suo nome a budularia (terra budularia), cioè "terreno dei giunchi". derivato da quel tema budula "giunco" che ha dato l'italiano biodo "giunco" o meglio "erba sala", nome di piante palustri le cui foglie sono usate per impagliare sedie, fiaschi, ecc. 
Il Monte Grande ha un nome piuttosto recente, dato che ancora alla fine dell'800 lo si trova indicato genericamente come Budiàra o Alpe di Budiàra. 
Tra Le Tese e Budiàra, c'è una vasta area boscosa detta I Borón (o anche I Borée), di significato analogo a quello della Borraccia, quindi dove scorre acqua in modo piuttosto tumultuoso.
La zona di Budiara, come conferma al suo nome, è ricca di acqua, per cui troviamo la Fontana Mezzaséla, che secondo la tradizione si chiama così perché da sola forma "mezza Séla", cioè mezzo fiume Silla (la Fontana Mezzasela va a finire nel Rio Sasso che poi va nel Silla), per l'abbondanza delle sue acque. L'ipotesi più convincente sembra però riferirsi alla sua posizione, cioè "in mezzo alla selva". 
Poco distante c'è L'Acquaré, uno dei primi acquedotti per Lizzano e Maenzano, già presente prima dell'ultima guerra. Lì nei pressi c'è Sràcctia, italianizzato in Seràcchia, che mi fa pensare a una serraccia, posto ripido e malagevole, anche se in realtà non è proprio così, ci sono posti peggiori quanto ad agibilità. 
Un po' sotto a Sràcctia c'è Gufonàra: io ho pensato ai gufi, che mi piacciono molto, ma pare che invece il toponimo debba riferirsi a un castagneto di poco valore, che dava frutti scarsi; in effetti, i gufón sono i ricci di castagna semivuoti. 
L'erta salita sopra al cimitero di Vidiciatico era detta Mur Marchetto, poi sopra ancora c'è Fossa Pagana, proprio sotto La Cro∫étta, dove nel 1958, in occasione delle Missioni Pastorali, fu posto il Cristo visibile sulla strada che porta in Budiàra; ma il luogo si chiamava già La Croétta prima che fosse posto lì il crocefisso. Fu Edoardo Gherardi che andò personalmente a prenderlo a Canazei, con la figlia Mariarosa, e fu portato a spalla da alcuni giovani del paese dalla chiesa al luogo in cui si trova ora. 
A sinistra della Croétta c'è El Balzo, dato che è piuttosto erto; sulla destra rispetto alla Croétta si trova Fossa Mascarina, che dà il nome al rio omonimo, e ancora a destra, più in basso,  ci sono I Pensabée (nel 1475 "Pensabén"). "Mascarina" nel nostro dialetto significa "mascherina", ma qui non saprei proprio a che Carnevale ci si possa riferire: dato che "maschera" deriva dal latino medioevale masca, "strega", chissà che non ci fosse da queste parti una streghetta dispettosa.  
Tutto il ripido versante della montagna che sovrasta il paese verso nord ovest, detta Omarìn Salvàdgo (Uomo selvatico), era suddiviso in appezzamenti aventi ognuno una denominazione propria; dal B'dóllo (Bedóllo, nome che continua la base paleoumbra bedo-  "fosso, canale", qui al diminutivo) verso Budiara abbiamo: I Scalancón, forse alti scalini impervi; La Lolétta, che non saprei da dove potrebbe derivare; l'involucro dei chicchi di grano si chiama lolla o loppola, ma la quota è un po' troppo alta per il grano, per cui non so; Paradisìn, un piccolo Paradiso dove fino a poco tempo fa si trovava un casóne oggi crollato; il Lago d'Montàn, piccola depressione naturale che si colmava d'acqua nei periodi di forti piogge e che oggi non si distingue quasi più; Costa Guìdola; sul crinale c'è la Macchia Grossa, bosco esteso e folto, e sempre sul crinale c'è Il Cerro, che sovrasta da una parte Costa Calda e dall'altra Pra' de J'vànne, Prato di Giovanni. 
Da qui parte una vallecola detta Canala d'l'Inferno che scende fino a Rio Perdóso, fosso pietroso, dove oggi c'è una presa dell'acquedotto; a destra della Canala d'Inferno, sotto Costa Guìdola, c'è Il Percàrio: la tradizione popolare afferma che da questo bosco si ricavassero pertiche per gli usi più vari, data la presenza di giovani alberelli dritti e sottili; il toponimo sarebbe perciò di origine dialettale da "pèrdga", pertica, quindi "perdgàrio"italianizzato in Percàrio. A destra del Cerro ci sono i Balzi d'Pléddga, propaggine del Monte Grande verso La Ca', toponimo che quanto a singolarità non è secondo a nessuno: si tratta di un'area boscosa presso la Croce dei Colli ma di pertinenza degli Utilisti di Vidiciatico; il nome è una contrazione del dialettale "spléddga", che significa carne senza polpa, cotenna e in generale pelle dura, fibrosa, aderente ai muscoli o, in senso derisorio, indica la pelle floscia e cascante dei vivi, deriva dal latino pellis attraverso il toscano "pellética": questo significato si adatterebbe al luogo in questione, che è piuttosto spoglio come tutta l'area circostante, con affioramenti di calastrìno alla Croce dei Colli che ne fanno un paesaggio quasi lunare. Più oltre, già verso La Ca', Ca' di Lenzi, "casa di Lorenzo".
Più vicino al paese, scendendo da Budiàra, già oltre le prime case c'è sulla destra una pineta in cui si scorgono i ruderi di un casóne, quello dei Piani, che prima dell'impianto negli anni'50 del Novecento di insulsi abeti Douglas era al centro di un bellissimo castagneto, pianeggiante e ben raggiungibile. 
Fontana d'Affrico era un luogo molto suggestivo, oggi in parte compromesso dalle abitazioni sorte di recente: riguardo al nome sono state fatte varie ipotesi, tra le quali una derivazione dal latino "fractus"; ma la più attendibile sembra quella dall' italico afro-'impluvio'  ie. mbhro- "acqua piovana", in quanto la sorgente è alimentata anche dalle nevi circostanti. È interessante notare che almeno dal 1692, come si evince dalle Visite Pastorali, presso questa sorgente era appesa a un albero un'immagine sacra che a quel tempo era quella della Beata Vergine di Bocca di Rio, posta a protezione di questo bene pubblico. Il tabernacolo attuale è stato ricostruito nel 1959, sulla base di quello preesistente, dal 106° Battaglione Fucilieri in Campo d'Arme per quell'estate a Vidiciatico.
La zona in cui attualmente si trova l'Albergo Vidi, all'incrocio tra la Panoramica e la strada che porta al cimitero, si chiama La Francesca (nel 1475 "La Francescha"): di solito, a quel tempo, si definivano così coloro che provenivano dalla Francia, ma non abbiamo elementi per confermare che questo terreno appartenesse a una francese.
L'area presso l'incrocio tra Via Panoramica e la strada per Monte Pizzo, oggi completamente edificata, era detta Bosco dî S'gnóri, perché c'era un bel castagneto facilmente raggiungibile dai primi turisti che frequentavano le nostre zone, detti "signori" perché certamente più ricchi degli abitanti della zona. Dopo la Seconda Guerra Mondiale su un'area corrispondente a metà del bosco fu realizzato un campo da calcio con zappe e badili, in assenza di mezzi meccanici.
Continuando su Via Panoramica si giunge al Molino di Sopra, che funzionava utilizzando l'acqua del fosso Gurióne, ancora esistente ma coperto dalle strade del centro del paese all'inizio degli anni '50 del Novecento; dove attualmente c'è il pub Il Corner, sul Gurióne erano state messe delle piàggne per lavare i panni. Questo nome così particolare può derivare da una corruzione dialettale di "gora", cioè "un canale di acqua raccolta da fossi che scendono dai monti, a servizio di mulini, opifici, o macchine mosse da forza idraulica (voce assai antica e probabilmente importata dai Longobardi)". L'utilizzo di questo rio è testimoniato anche da Via della Chiusa (nel 1475 "La Chiuxa"): quasi certamente qui c'era un sistema di chiuse sul Gurióne, che scendeva dal Molino di Sopra. 
Il prolungamento di via della Chiusa conserva un breve tratto di basolato detto La Viàccia.
Di fronte al Molino di Sopra, in posizione leggermente sopraelevata che giustifica il nome, si trova Il Capèllo, il cappèllo (non si sa bene perché, ma quando parliamo in dialetto togliamo le doppie dove ci sono e le mettiamo dove non ci sono). 
La fonte sulla stradina erbosa che dal Capèllo scende dietro l'Osto è detta La Pìcciola, "la piccola", nota almeno dal XVI secolo, sormontata da un bellissimo bosso centenario. 
L'Osto deve il suo nome alla sua funzione, cioè osteria e punto di sosta sull'antica strada che saliva a Madonna dell'Acero, percorsa da viandanti, pellegrini, mercanti e briganti. Il documento più antico che riguarda l'Osto è del 1505, e si può dire che da allora non ha mai cambiato la sua destinazione di luogo ospitale.
Il prato presso l'Hotel Lory, oggi trasformato in parcheggio, è detto Canvàre, luogo che ha a che fare con la canapa: in altre zone del nostro territorio la canapa veniva coltivata, anche se in piccole quantità, ma qui la quota piuttosto alta non mi pare che ne consenta la coltivazione, per cui penso che avesse piuttosto a che fare con l'asciugatura al sole delle pezze di canapa o di lino o di cotone, che venivano stese sull'erba, al sole.
Altri luoghi dal nome particolare posti fuori dal paese sono il Lag' Miatàro, tra Sasso e Rio Quadalto sotto la SP 324, una conca naturale soggetta al regime delle piogge, e Stabiadèllo (così detto anche nel 1475, ma in dialetto è Stiabadèllo), forse dal latino "stabulum", "stalla, recinto per animali". Sull'origine del toponimo  Lag' Miatàro non ho idee valide e convincenti: mi fa pensare a una corruzione di "miglio", una cosa come "mi(gli)ataro", ma veramente non saprei.

Quasi ogni casa del paese aveva poi un proprio nome che a volte designava un gruppo di case: Ca' d'Bortlàja (Bartolomeo), Ca' dî Biagil'Ara dî AmadeiCa' d'Lucìnna eccetera.

 

                                                       




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