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Curiosita'

POGGIOLFORATO
Tra cuore e…

di Franco Franci

Vallata Est del Corno alle Scale
Vallata Est del Corno alle Scale

Sconfitti da gente che vive nel cuore della pianura, lontani centinaia di miglia dal quel mare che aveva dato loro potenza e ricchezza.  Gente che non sa neppure cosa sia il grecale né il libeccio;  un disonore davvero difficile da sopportare. Chissà quali pensieri saranno passati per la mente dell'ammiraglio veneziano sulla via del ritorno dopo la sconfitta subita ad opera della flotta Bolognese. 
Già perché nel 1271, esattamente il 1° settembre,  accadeva anche questo, che Bologna avesse una flotta talmente ardita e potente da sconfiggere in mare aperto quella veneziana. Gente davvero abile quei bolognesi che avevano saputo mettere a frutto ingegno e determinazione e costruire con i tronchi provenienti dai boschi dell'Appennino navi così agili e veloci da mettere in difficoltà qualsiasi nemico. Ma se possedere una  flotta per una città come Bologna rappresentava un fatto eccezionale, altrettanto straordinario era il modo con il quale la città si  approvvigionava del prezioso legname utilizzato in abbondanza anche per la costruzione delle case. 
Di questa antica storia fa parte anche il piccolo  borgo di Poggiolforato il cui nome deriva da poggio forato, ovvero monte tagliato, con riferimento proprio al  taglio della montagna realizzato nel 1293 dal Senato Bolognese per la costruzione di un canale "navile", in grado di collegare il Dardagna con il Silla e da qui raggiungere la città. 
Erano gli anni in cui Bologna poteva permettersi di tenere prigioniero un re, Renzo figlio dell'imperatore Federico II,  ed erano anche gli anni in cui il commercio fluviale era cresciuto a tal punto da fare diventare il  "Canale di Reno" un'arteria di intenso traffico fra Bologna, Ferrara, il Po' e l'Adriatico. La città si sviluppava a dismisura ed il bisogno di legname per la costruzione  era diventata un'esigenza sempre più importante, da qui l'ardita idea di affidare al progettista Andrea da Savignano la costruzione di un canale in grado di trasportare i tronchi delle fustaie dell'Appennino fin dentro la città.
A Poggiolforato  però i costruttori si trovarono di fronte ad una difficoltà inattesa, uno sperone di roccia che costringeva il fiume ad una svolta talmente brusca da impedire  lo scorrimento dei fusti. Da  qui la decisione di "tagliarlo" e con essa la nascita del nome di Poggiolforato.  Ovviamente per chi avesse voglia di seguire il percorso del canale navile ancora oggi è possibile individuarne  buoni tratti, dal punto di partenza  sopra Poggioforato fino alla Serra, cioè il valico che si trova presso il bivio che conduce a Chiesina, ed oltre in direzione di Silla, il tutto per una lunghezza di circa dodici chilometri.
Il paese si presenta oggi come una  sequenza di case placidamente adagiate lungo la strada che lo attraversa al cui termine si trova  la parte più antica e meglio conservata  del borgo dove i tetti in lastre di arenaria, le finestre datate e le numerose figure antropomorfe presenti, rappresentano una testimonianza unica e preziosa sulle caratteristiche costruttive tipiche della  zona. 
Le Catinelle: grande casa con un portale monumentale che si trova all'ingresso del paese. Questo nome pari derivi dal fatto che in questo punto i tronchi di faggio venissero legati, incatenati, fra loro per evitare che si intralciassero nella fluitazione verso il Fiume Silla e da qui nel Reno. Il tracciato del canale è stato ricostruito su carta negli anni '70 da Giorgio Filippi e da Paolo Guidotti; alcune tracce si trovano ancora nei boschi della parte alta del paese.
La Sega: località, di significato chiaro, dove secondo la tradizione i fusti venivano tagliati  nelle  misure richieste. Si trova all'inizio della strada sterrata che conduce a Madonna dell'Acero e che costeggia il Dardagna. dove secondo la tradizione i fusti venivano tagliati  nelle  misure richieste Il legname ha sempre avuto una notevole importanza nell'economia della zona. 
La Puzzola: poco oltre la Sega si trova una piccola sorgente di acqua solforosa, leggera e gradevole.
Oratorio: Poggiolforato aveva un bell'oratorio settecentesco che purtroppo fu abbattuto negli anni '60 del Novecento, sostituito dall'attuale, anonima costruzione, al cui interno si conserva il dipinto che fungeva da pala d'altare dell'oratorio, che raffigura il titolare S. Giorgio che uccide il Drago le cui  prime notizie risalgono al 1754 anche se l'attuale fabbricato è il frutto del rifacimento compiuto nel secondo dopoguerra; col tempo la dedicazione si è estesa anche a San Marco, co-patrono.
Percorrendo le vie del paese si notano, negli spigoli degli edifici o sui comignoli, delle teste in pietra dette localmente "mummie", con funzione apotropaica e beneaugurante per la fertilità; l'origine è ignota, ma sembrerebbe da ricondurre all'ambito celtico, data la vicinanza con il Frignano, area di origine dei Friniates, popolazioni autoctone poi assimilate dai Celti. 
Museo etnografico: Dedicato a "Giovanni Carpani" all'intero del quale è possibile percorrere i diversi aspetti della vita e delle tradizioni dell'antica cultura montanara. Il museo è articolato in sezioni tematiche dedicate al castagno,  alla tessitura, alla pastorizia ed alla religiosità. 
Adiacente al museo, all'intero dell'antico edificio detto "Le Catinelle" risalente al XVII secolo,  è possibile ammirare invece la fedele ricostruzione di una tipica casa di montagna con all'intero il più grande camino della zona  proveniente dal castello del Belvedere.
Mulino del Capo: Il luogo più bello e conosciuto di Poggiolforato. Il nome sembra avere origine dal capo di una banda di predatori che qui si rifugiavano per sfuggire alle guardie di confine  dopo le loro scorrerie nel vicino territorio modenese. La bellezza dell'edificio e del paesaggio circostante ne fanno un luogo davvero magico non a caso scelto dal regista Pupi Avanti per l'ambientazione di alcune scene del film "Una gita scolastica". Posto al termine della strada asfaltata, al ridosso del torrente Dardagna, l'edificio, ancora intatto nella sua struttura Cinquecentesca, si presenta  di forma allungata, con un  voltone sostenuto da una solida trave di legno, il tetto coperto di piagne e due comignoli rotondi sormontanti da curiose figure umane.  Il mulino, di proprietà privata, serviva tutti gli abitanti del paese e anche delle zone limitrofe, essendo uno dei più grandi del Belvedere. 
In epoca moderna fu attrezzato con una piccola officina per la produzione di campanacci per il bestiame e per la ferratura di cavalli e muli.
Le famiglie più antiche di Poggiolforato sono i Franzaroli e i Castelli, questi ultimi provenienti da Rocca Corneta.

Toponomastica

Il nostro itinerario alla ricerca di toponimi desueti, sempre senza pretese di completezza, prosegue ancora sulla Riva in direzione di Poggiolforato. 
Com'è noto, questo borgo non ha una storia particolarmente antica, essendo sorto sul cantiere del tanto controverso "canale naviglio" per il trasporto di legname per via d'acqua, oggetto di molti studi su vari numeri de La Mùsola. 
Il toponimo è particolarmente indicativo e chiaro: fu condotta un'operazione di scavo per il passaggio del canale nella prima metà del XIV secolo. Poiché però la zona è dominata dai monti della Riva, da lassù cominciamo il nostro cammino.
L'erto castagneto di fronte a Ca'di Poli si chiama E'Castagnè; proseguendo verso sud si giunge a E'Piovàn, il piovano: visto così sembrerebbe avere qualcosa a che fare con la pioggia, ma potrebbe avere invece a che fare con un pievano o un eremita di qualche sorta… Dalla Canala de' Piovàn l'acqua scende rombando verso il Dardagna, quando piove copiosamente o al disgelo delle nevi; esiste inoltre una famiglia Piovani che può avere preso il nome da questo luogo o avere avuto lì la propria origine. Nel Piovano si facevano recinti di corda (stazzi) per le pecore, per raccogliere lo stabbio da usare come concime per Gli Orti, poco distanti. 
Sopra Gli Orti c'è un canale naturale che in caso di piogge abbondanti riversava la propria acqua in Dardagna; nei pressi degli Orti l'acqua di questo canale si raccoglieva in una grande vasca di roccia detta La Cadinèlla, un catino dove l'acqua si manteneva sempre tiepida, una piscina naturale certamente molto gradita ai pastori che da lì transitavano. Oltre E'Piovàn troviamo E' Córo, il cuore, il nome di uno spuntone di roccia vagamente simile a un cuore, anche se il luogo non è certamente romantico.
Sul sentiero che conduce al Lago Pratignano si trova dapprima la Fontana del Frédde, toponimo quanto mai indicativo della temperatura delle acque che scaturiscono da questa sorgente e, proprio presso il crinale, c'è La Scaffa del léggne, una sporgenza rocciosa circondata da boschi che viene chiamata anche Naso ed Zuffa (o Juffa), naso di Giuseppe. 
Lì nei pressi c'è la Tana delle Fate, uno stretto cunicolo che si diceva abitato dalle fate e, come conseguenza, che custodisse un favoloso tesoro. Pare però che le varie ricerche non siano approdate a nulla, come in casi analoghi (la Schiena dei Sassi, il castello sul Belvedere): l'importante era comunque conservare un'aura "magica" a certi luoghi, una poesia che oggi purtroppo si è perduta nell'eccesso di razionalità del nostro tempo.
Avanzando ancora verso sud, poco sotto il crinale c'è E'Pass'd'la Morte, il passo della morte, perché secondo la tradizione popolare qui morì una persona non identificata, ruzzolando da queste forre assai scoscese. Poco oltre si trova E'Balz'ed Cèga, che è solo il primo di una serie di bizzarri toponimi, originati da altrettanto bizzarri nomi propri o soprannomi di persone, che troveremo lungo questo percorso. 
Di fronte a Ca' di Gianinoni (casa di un grosso Giovanni), oltre il Dardagna, c'è Ca'd' Cornìn, casa di Cornino, da molto tempo disabitata. Non è dato sapere se questo nome si riferisse a spiacevoli appendici sorte sulla fronte del proprietario; più probabilmente è in relazione alle attività di pastorizia che per secoli hanno interessato questa zona. 
La vasta area boscosa che circonda Ca' d'Cornìn è Il Roncàccio, toponimo per il quale si propongono varie ipotesi: una è la nota derivazione dal latino "runcare", che significa estirpare, sarchiare e, data la presenza di sodi in tutta l'area (ormai ricoperti dalla boscaglia), si può pensare che abbia una sua validità; oppure dal toscano ronco, già visto più volte in rapporto a sporgenze, bernoccoli, un territorio piuttosto accidentato. 
Tali asperità proseguono con Il Forcaccio, un canale biforcuto, e con Il Cavàlaccio, un crinalino a cavallo tra due canalette, di fronte alla Basséda degli Utilisti, posta sotto Pian d'Ivo, dove si snoda la bella via devozionale dell'Acerone. 
A proposito di Pian d'Ivo, è interessante notare che spesso nella parlata locale diventa Pian d'Aìva o da Iva: già non sappiamo chi fosse questo Ivo che ha dato il nome alla località, ma con questa Aìva o Iva non abbiamo possibilità… Se fosse questo il toponimo corretto, una remota ipotesi è che derivi dal latino "aìra", pianta erbacea a foglie lineari e piccole spighe di colore argenteo della famiglia delle Graminacee. Ma torniamo a fatti più certi.
Sulla Riva, di fronte a Madonna dell'Acero, si trova Cavrarìn, un dolce caprettino, luogo in cui secondo le testimonianze si troverebbero i ruderi di edifici utilizzati dai pastori transumanti; il nome sarebbe perciò da ricondurre alla presenza di armenti. Secondo un'ipotesi ancora da verificare, questi edifici sarebbero stati eretti in occasione della costruzione del Canale dei Modenesi per ospitare gli operai, quindi si tratterebbe di un riutilizzo da parte dei pastori. Una famiglia di Poggiolforato aveva come soprannome "quî d'Cavrarìn", quelli di Cavrarino, poiché possedevano tante capre.
Scendiamo lungo il Dardagna verso Poggiolforato. Troviamo la nota Acqua Puzzola, acqua leggermente sulfurea molto leggera e gradevole anche se maleodorante; più avanti E' pont'de'rì, il ponte sul rio; La Casetta, di cui sono visibili pochi ruderi, ciò che resta dopo il passaggio delle truppe tedesche che la incendiarono (era sede di partigiani) scendendo da Ca' di Berna il 27 settembre 1944; poi E' Cendrón, il Cenerone, che si chiama come un tratto di Rio Ri, un tempo detto Cendrón perché sulle sue sponde si bruciava legna di faggio per ottenere la cenere, oggetto di fiorente commercio in quanto utilizzata per fare il bucato.
A destra, sotto Ca' di Berna (casa dei Bernardini), troviamo La Capannina; poi Ca'd'Quàija, casa del Quaglia, dove forse viveva una persona non proprio brillante. Un'altra ipotesi è che quetsa denominazione, che peraltro ritorna altre due volte nel nostro territorio (Mulìn d'Quàija, altro nome del Mulìn d'Quare' presso Maenzano; Mulìn d'la Squàija tra Monteacuto e Madonna del Faggio) si riferisca al funzionamento dei mulini ad acqua come "macina [macchina] acquaia". È interessante notare che ai tempi dello Stato Pontificio qui c'era un piccolo mulino clandestino, utilizzato dai briganti o ad uso famigliare, non registrato per sfuggire alla sorveglianza e alla tassa sul macinato. 
Più oltre si trova La Ca' Negra, dove abitava un personaggio particolare, molto noto, Tognón; poi E'Casìn, il Casino, inteso come casetta, che è quell'edificio in cui è stato inglobato l'oratorio che sorgeva a lato della strada e di cui resta visibile solo la facciata. Sotto strada, verso Ca' di Gianinoni, c'è Ca'd'Ravàn, casa di Ravàno, e più sotto La Sega, dove oggi c'è una pineta e un tempo c'era una piccola segheria.
Sopra Poggiolforato si trova Ca'Guglielmi, detta Makallè dal nome di un forte coloniale in Africa, quando l'Italia aveva le colonie. Poi c'è Ca'di Rondón, che mi piace pensare sempre allietata da voli di rondini. Più oltre si trova Ca'd'Cò, toponimo presente anche in area gaggese, di significato per me oscuro; "" nel nostro dialetto significa testa: forse in relazione a posizione isolata o elevata? Inoltre si incontrano La Ca' Nóva, casa nuova; Ca' de'VentoE'Monto, il monte, dove si trova una piccola maestà, datata 1902, presso la quale nel 1944 furono uccisi dai tedeschi due ragazzi, fratelli di un partigiano.
Torniamo a Poggiolforato paese. Tutta l'area tra il notissimo Mulino del Capo e il piazzale del parcheggio è detta E'Babàto, il Babàto, probabilmente il toponimo più incomprensibile: non sembra un nome di persona perché preceduto dall'articolo in forma dialettale "e'", il, quindi si riferisce a un soprannome o a una caratteristica del luogo e l'unica cosa che pare essere in relazione a questo nome è una trasformazione dell'italiano "barbato", col significato di radicato, che ha messo radici. Siamo, come spesso succede, in pieno campo ipotetico. 
Per ciò che riguarda il Mulino del Capo, come è noto deve il suo nome al fatto di essere stato utilizzato come rifugio da un capobandito, un certo Franzaroli di Rocca Corneta che si faceva chiamare "Signor Capitano Capo Insorgente" agli inizi dell'800; con la sua banda protestava contro la leva obbligatoria imposta dalle leggi napoleoniche. 
Sulla strada che dal Mulino del Capo sale al paese si trova un moderno deposito dell'acquedotto, dove fino a circa cento anni fa c'era una piccola casa detta Ca' d'l'Ombrón, casa dell'Ombrone, forse un proprietario di cattivo carattere. Di fronte si trova La Capanna, che attualmente è una grande casa mentre in origine qui c'era un ricovero per attrezzi. 
In paese troviamo Ca'd'PulighéttoCa' d'Vitta Persa, vita persa, soprannome attribuito a diversi personaggi che non avevano fissa dimora; La Borèlla, dove fino alla Seconda Guerra Mondiale c'era un bel castagneto con casóne; E'Casón d'Piva, dal soprannome del proprietario, Attilio Poli. 
Tra il campo sportivo e il Dardagna c'è Sott'al Srétte, un oscuro "sotto alle serrette", cioè sotto ad alcuni piccoli rialzi del terreno, (inconsuetamente al femminile), a meno che non si pensi a piccole estensioni di terreno recintate. Questo toponimo viene italianizzato in Sotto le Strette, che personalmente non ho idea di che cosa siano, né le testimonianze hanno fornito una spiegazione. Da qui verso Ca' di Poli c'è un vasto terreno boscoso piuttosto ripido detto I Burón, i burroni, e questo si capisce perché.
Presso l'attuale oratorio dei Santi Giorgio e Marco c'è E' Sertìn taijà o Sarta taijà, il serretto tagliato nella roccia per far passare il "canale naviglio". 
Poco oltre c'è il bell'edificio settecentesco delle Catlinèlle (italianizzato in Catinelle), dove pare che i tronchi fluitanti sul canale fossero legati insieme con catene (o corde) affinché non si ostacolassero nella discesa. 
Sotto le Catlinèlle c'è un piccolo casóne detto Casón ed Dolfìn (Adolfo Pasquali di Madonna dell'Acero) o Ca' d'Marchìn, Marco figlio di Adolfo. 
Poco sopra, all'inizio del sentiero che scende a Ca' di Miglianti, c'è una bella maestà datata 1791, da tempo priva della targa devozionale, eretta secondo la tradizione in seguito a un fatto di sangue non meglio precisato. Questo punto passa per essere una zona in cui "e's'ghe védde e e's'ghe sente", cioè si vedono e si sentono cose strane… 
Sopra Le Catlinèlle c'è una pineta detta Pattàno, toponimo che ancora una volta dimostra la fantasia degli abitanti di queste zone e, nei pressi, la Ca'd'Contàrdo, dal nome del proprietario, morto molto vecchio nel 1953 e ben conosciuto in zona.
Tutta la zona tra Le Catlìnelle e il Casìn d'Cordétta è detta I Buratìn, i burattini, dove si diceva che si vedessero delle figure indistinte che procedevano un po' a scatti, come burattini, appunto: pare però che si trattasse di burle compiute dal suddetto Contàrdo per spaventare e scoraggiare un rivale in amore, per conquistare le grazie di una bella ragazza che abitava nei pressi. 
Lungo la Via Piana, fondo dell'antico canale naviglio, andando verso La Ca', ci sono i resti del Casìn d'Cordétta (soprannome attribuito ai filatori di canapa) dove si fermavano i pastori transumanti; più avanti, sempre sulla destra, si vede un piccolo edificio bianco con belle decorazioni rosse realizzate con lo stencil, secondo una tecnica che solitamente veniva praticata all'interno degli edifici, non all'esterno. Sulla facciata c'è una nicchia datata 1903 che reca il nome del proprietario, Luigi Franzaroli, che l'avrebbe posta per grazia ricevuta dopo una rovinosa caduta. Taluni chiamano questo edificio Ca'd'Pirón, casa di un grosso Piero, un pastore transumante che qui faceva sosta. 
Tutta la sponda in salita dalla strada fino al Torlaino è La Selva, nome quanto mai appropriato, mentre la parte sottostante la strada, verso Ca' di Poli, è La Taijàda, la tagliata, ma si tratta di legna, non di una bella bistecca. La zona tra Ca'd'Pirón e l'ex laghetto delle trote presso La Ca' è conosciuta come Le Fontanine, per la presenza di piccole vene d'acqua affioranti.
Vorrei concludere con una località sopra El Sett'Cascade, le cascate del Dardagna, a segnare il limite meridionale del nostro cammino, una rientranza molto tondeggiante nel monte detta E'Culón, il culone: non si può certo dire che ai nostri avi mancasse la fantasie e un notevole spirito di osservazione!

                                                       




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