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PIANACCIO Un cistón d’acqua

Quassù non ci si arriva per caso. Anzi, occorre una certa  determinazione  nel percorrere i pochi, tortuosi, chilometri che separano dal fondovalle. Però, come ogni cosa difficile da raggiungere, giunti a Pianaccio lo spettacolo è davvero unico. Migliaia  d’alberi, castagni, carpini, roverelle e più in alto aceri, faggi e chissà quali altre essenze, che formano una foresta all’apparenza  impenetrabile dalla quale emergono improvvise le prime case del paese.
Come abbiamo fatto a costruirle quassù, nei pochi metri disponibili fra un dirupo e un altro è un mistero. Un gioco d’equilibrio fra uomo e natura che qui sono inscindibili: l’una ha forgiato l’altro e ne è stata modificata.
Con il bosco ha dovuto fare i conti, infatti, la storia di tutti i pianaccesi sia in senso positivo, da esso  ricavavano le castagne essenziali per sopravvivere ed il poco lavoro che esisteva in zona, sia negativo perché quell’ambiente così aspro e ostile ne ha condizionato per sempre  la vita ed il carattere.
Gente dura, un po’ ribelle, costretta per campare a trasferirsi per parecchi mesi l’anno nelle pianure in cerca di lavoro. Una separazione forzata che, come reazione, ha generato in loro un senso di fiera appartenenza difficilmente riscontrabile in altre zone come ebbe a rilevare già nel 1851 Luigi Ruggeri nella sua descrizione delle chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna:   
“… l’amore del luogo  natìo ha posto nel loro petto così profonde radici, che queste balze, queste selve e queste acque cadenti sono ad essi più care che non le splendide città”. 
La prima domanda che ci si pone arrivando quassù è perché i primi abitanti avessero scelto un luogo cosi difficile per vivere, dove:
“La natura sembra avere riunito nella goladi Sela quanto essa può crear di più grandioso, di più selvaggio e di più terribile” (Ruggeri, 1851).
Purtroppo non ci sono risposte razionali se non il fatto che proprio questi luoghi oggi così impervi  rappresentavano un tempo un  rifugio per chi doveva in qualche modo proteggersi o nascondersi.
Per questo, come quasi tutti i luoghi d’alta montagna, Pianaccio non ha una storia nobile, non c’era né il tempo né il denaro per costruire torri o cattedrali, piuttosto il suo è un passato semplice, di facile lettura, ma non per questo meno affascinante.
L’abitato di Pianaccio è noto, nei documenti, almeno dal XV secolo, come frazione del comune di Monte Acuto delle Alpi e della sua parrocchia. A questo periodo  risalgono, infatti, i primi documenti noti, anche se i suoi abitanti mal digerivano questa situazione, in particolare la dipendenza dalla chiesa di San Niccolò dove erano costretti a recarsi la domenica per assistere alle funzioni religiose.
Un aspetto che oggi può fare sorridere  ma che all’epoca  rappresentava un segno di sottomissione difficile da accettare per i fieri pianaccesi.
Solo dal 14 settembre 1831 divenne autonomo dalla parrocchia madre, con decreto arcivescovile, per iniziativa del parroco di Monteacuto don Floriano Biagi.
Il nome, che nei documenti antichi è indicato come Planatium e poi come Pianazzo, indica un insediamento a mezza costa su un pianello poco esteso e male esposto: da ciò il peggiorativo.
Pianaccio, mura, pietre, tetti in lastre di arenaria e strette  viuzze, la cui perfetta armonia fra gli  elementi che li compongono donano al paese un senso di autenticità e di naturalezza che ben si integra  con l’ambiente  circostante. 
Un’architettura naturale, dominata dalla pietra ancora visibile nelle sue parti originarie percorrendo il rione di Pianaccio Vecchio o arrivando fino alla borgata di Fiammineda dove, su un architrave di una finestra è scolpita la data 1644 ed una croce di Malta.
Anche in questo caso però, come per tutti gli altri borghi della zona, ci vuole un po’ di   pazienza per  trovare i frammenti  del loro antico passato: una data, un simbolo, o un nome, piccole schegge  la cui scoperta  ripaga ampiamente della fatica compiuta.
Vari nomi e località di Pianaccio si trovano citati negli estimi del 1630: La Borèlla, Campo d’Sèrra, Canàl Càva, El Pomadèlle, Fiamminèda, Camp’ed Ràia. Dagli estimi si apprende inoltre come la famiglia più ricca di Monteacuto fosse quella degli eredi di tale Florio “del Pianazzo”.
Questo borgo ha dato i natali a molti illustri personaggi:
Guglielmo Fornaciari, maresciallo dell’aria protagonista della Prima Guerra Mondiale insignito di una Medaglia d’Oro, due d’Argento e una di Bronzo.
Enzo Biagi, noto giornalista del secondo dopoguerra;
Don Giovanni Fornasini, parroco di Sperticano (Marzabotto), ucciso a soli 29 anni dai nazisti nell’ottobre ‘44 e insignito di Medaglia d’Oro alla Memoria.
A lui è dedicata la piccola piazza del paese davanti alla chiesa; da parte delle gerarchie Vaticane è in corso la causa di beatificazione.
On. Bruno Biagi, sottosegretario alle Corporazioni durante il Ventennio. Personaggio del quale, ovviamente ma non giustamente, non si parla mai.
Gli abitanti di Pianaccio sono detti “Ciàffari”, secondo Zanardelli dal toscano (in particolare lucchese) “ciaffo”, viso tondo e pieno.
Anche Pianaccio, come tutti i paesi ed i piccoli borghi delle nostra montagna, è suddiviso in vari rioni:
Cà d’Babon: L’area della Colonia Combattenti, all’inizio del paese, arrivando da Lizzano è il primo rione che si incontra. Nome che, più che a un padre bonario, sembra da attribuire a un falegname barbuto che qui risiedeva. E’ la sede “storica” dei Biagi di Pianaccio, i  maggiorenti (babòn) del borgo.
Borèlla: Sotto strada; trae la sua origine dalla conformazione del territorio (borèlla: terreno scosceso) o anche da Borèlle, luogo in cui si raccoglie (o si raccoglieva) acqua.
Proseguendo verso il fiume si arriva all Peschèra dove si trova un pozzo per lavare i panni utilizzato ancora oggi.
Tèggia: Nel dialetto locale il vocabolo “teggia” indica una costruzione rustica, spesso porticata, che svolge le funzioni di alloggiare e nutrire il bestiame (in particolare pecore) di cui era ricco il paese.
El Cro∫’ale:  sotto la chiesa, dove si stacca la strada che va a Fiamminéda.
Piazza (Cà nòva): Sulla piazza si trova la chiesa, dedicate a S. Giacomo e ai Santi Anna e Gioacchino e di fronte si affaccia un castagno (di Giordano) vecchio di almeno trecento anni, censito fra gli alberi monumentali dell’Emilia-Romagna.
Posta: E’ un rione formato dal solo edificio postale ora non più funzionante. Trasportato per alcuni anni nella nuova scuola poi definitivamente chiuso alla fine degli anni ‘90.
Pianaccio Vècchio: Prima dell’ultima guerra era detto La Piana. Si sviluppa su una sorta di terrazzo naturale, con gli edifici disposti l’uno accanto all’altro, a formare un unico agglomerato a cavaliere della valle del Silla.
Si trovano qui gli edifici più antichi del paese, datati al 1513, con una struttura architettonica tipicamente montana: finestre piccole, portali bassi, architravi decorati con la rosa di montagna.
Le famiglie originarie di Pianaccio Vecchio sono Biagi (quella del giornalista e scrittore) e Francia (poi Franci), questi provenienti pare da Monteacuto.
Sambuciòn: La grafia del nome di questo rione è stata da sempre piuttosto controversa, trovandosi nei documenti antichi San Buciòne, S. Buciòne, Sambuciòne.
L’ipotesi corrente è che il nome derivi dalla presenza qui di un grosso sambuco, data l’assenza dai Martirologi di un Santo di nome Buciòne; in realtà ad oggi nessuna ipotesi è apparsa sufficientemente fondata.
Poiché a Pianaccio lo spazio è poco, anche qui a Sambuciòne si nota un adattamento al pendio nella costruzione degli edifici, sviluppati piuttosto in altezza che in larghezza, come nel resto del paese.
In questo rione si trova un bel mulino, il Mulino di Pietro, risalente al  1880 ed ancora  perfettamente funzionate, recentemente ristrutturato anche se soltanto a fini didattici e non per riprendere l’attività molitoria. A questo mulino, alimentato dall’acqua del Fosso Bagnadori, convergevano molti pianaccesi per la macinatura delle castagne essiccate, essendo in paese e perciò molto comodo, anche se più piccolo di quelli della Squaglia (che serviva piuttosto gli abitanti di Moteacuto) o di quello di Taccàia (Panigale), più a valle lungo il Silla.
La famiglia più nota di Sambuciòne è quella dei Fornaciari.
Vètta al Prà: Il suo nome deriva dall’essere in una zona abbastanza pianeggiante in cima (vètta) al paese dove una volta esistevano campi (prà) per le poche coltivazioni.
Presso la locanda L’Alpina c’era un pozzo che veniva utilizzato per lavare i panni ed era chiamato La Fontanina trascinato verso valle da una sbotacciàda (bomba d’acqua) del fosso Riòlo nell’ottobre del 1982.
Spèssia: Ricorda qualcosa di strisciante ma è più probabile che derivi dal latino “spìssus”, folto, denso, come è il bosco in quel punto, una folta selva esisteva in questa zona.
Cistòn: Rione che si trova infossato in un incavo della montagna come se fosse in fondo ad un grosso paniere (cìsto).
Casetta: Un bellissimo edificio che segue tutti i canoni dell’architettura montana, datato 1573. Questo complesso, abbarbicato alla montagna, è munito di un bellissimo portico che permette l’accesso alla parte che guarda verso i Bagnadori.
Campo d’Serra: La pendenza della montagna ha condizionato anche la costruzione de questo borgo, anch’esso del XVI secolo, che si adatta al pendio.
Fiamminèda: Non è un rione vero e proprio del paese ma è una frazione. Da Pianaccio Vecchio passa la bella strada lastricata che conduce a questa bella frazione del XVII secolo da tempo disabitata, citata negli estimi del 1630 come
“… una casa grande dove habitavan assai famiglie …”.
Ora questa frazione è formata solo dai ruderi delle case che spuntano dal terreno come scheletri e completamente in rovina .
Appena lasciato il paese verso Fiamminèda c’è sulla sinistra una bella mestà degli anni ’20 e poco più avanti, sempre sulla sinistra, c’è un pozzo usato per lavare i panni.
Segavecchia: Seguendo la strada asfaltata, è possibile raggiunge questa località il cui  nome fa pensare all’esistenza di un luogo per la lavorazione del legname. Pianaccio Ma se la presenza quassù di una segheria è facile da immaginare, l’aggettivo vecchia appare invece del tutto ingiustificato.
Esiste però un’altra ipotesi: collegare questo  termine ad un antico rito di mezza Quaresima.
Era uso, infatti, in molte zone dell’Appennino e probabilmente anche a Pianaccio, interrompere per un giorno il periodo penitenziale bruciando, a volte anche segando, un fantoccio raffigurante una vecchia decrepita che rappresentava la Quaresima.
Una parentesi di spensieratezza d’origine pagana, proprio per questo osteggiata duramente dalla chiesa, da cui l’ipotesi della  possibile derivazione del nome Segavecchia, cioè un luogo distante dal paese, al riparo quindi da qualsiasi controllo, dove anticamente gli abitanti del paese si ritrovavano in gran segreto per rinnovare l’antico rito quaresimale di segare la vecchia.
Nel 1782 a Pianaccio erano residenti 22 famiglie, a Fiamminèda 9, a Campo di Serra 3. Nel 1850 le famiglie pianaccesi erano 50.
Castgìnadura: L’orgoglioso attaccamento che hanno i pianaccesi verso le loro tradizioni li porta ancora oggi ad essere l’unico luogo della zona dove è possibile assistere all’antico rito della lavorazione della castagna.
Dai primi giorni di ottobre i boschi che circondano il paese cominciano ad animarsi: è il tempo della raccolta delle castagne, soprattutto donne, munite di panèro (cesta) con le mani abili e velocissime cominciavano la raccolta dei frutti. Un’operazione che si protraeva per diversi giorni, mai però oltre i Santi  quando per antica usanza arrivava il tempo dei ruspadòri, cioè dei paesani che non  possedevano  castagneti.
In fondo il bosco ed i suoi frutti erano un patrimonio di tutti e tutti, anche i più poveri, dovevano avere la possibilità di sfamarsi. 
Terminata la raccolta si trasportavano le castagne al casone, l’essiccatoio, un fabbricato di modeste dimensioni  dotato di due sole aperture: una  piccola in alto che serviva per far entrare le castagne ed una al piano terreno per fare fuoco. 
Un fuoco lento, ininterrotto per quaranta giorni, che doveva bruciare senza fiamma in modo che al graticcio  arrivasse solo il calore.  Ogni tanto poi bisognava girare le castagne, prima si accatastavano ai quattro lati e si cominciavano a stenderle di nuovo  seguendo con cura l’ordine inverso.
Trascorso il lungo periodo di attesa nel corso del quale le castagne venivano sorvegliate con cura quasi ininterrottamente, si passava alla fase della pulizia della buccia, prima dentro un “b’gòngio” battendole con una grossa “stànga” di legno e poi, liberate definitivamente dalle ultime impurità, con la “vassòra” facendole roteare ritmicamente in aria.
L’ultimo passaggio era al mulino che trasformava la fatica di oltre due mesi di lavoro nella  farina.
Ancora oggi a Pianaccio sono in funzione due “casoni”, quello “d’l’Anita”  alla Borèlla e quello “d’Plegrinòn” lungo la strada della Segavecchia, che meritano una visita in autunno quando vengono accesi ed è possibile trovare al lavoro i “casonanti.
La Chiesa: La chiesa dei Santi Anna e Giacomo Maggiore si trova nel centro del paese di Pianaccio.
È piuttosto particolare la dedicazione ai Santi Anna e Giacomo Maggiore insieme, poiché di solito sant’Anna è venerata insieme a san Gioacchino o a Maria Bambina. San Giacomo potrebbe essere presente in quanto co-dedicatario della chiesa madre di Monteacuto delle Alpi e in quanto patrono dei pellegrini e dei viandanti.
Gli abitanti di Pianaccio, come quelli di Monteacuto, erano infatti noti per l’intraprendenza mercantile che li portava anche a frequenti scambi con la vicina Toscana. In periodi di carestia, inoltre, come molti belvederiani erano costretti a cercare lavoro altrove, soprattutto “nelle Maremme”, in Corsica o in Sardegna a fare carbone; oppure erano pastori transumanti, che trascorrevano l’inverno con le loro greggi nella pianura bolognese o romagnola.
Le origini dell’oratorio: Ogni epoca storica ha le sue particolarità.
L’epoca pre-napoleonica è forse uno dei periodi che, a livello di comunicazione, ha lasciato tracce vistose di sé, nelle titolature dei documenti e nella datazione, con l’applicazione del calendario repubblicano, quando i giacobini francesi sostituirono il calendario gregoriano con il loro, che appariva più uniforme e comodo ma che in realtà era piuttosto complicato, basandosi sull’equinozio vero d’autunno; ciò comportava uno sfasamento dei giorni dell’anno: ne avanzavano cinque che non appartenevano a nessun mese. I nomi dei mesi vennero stabiliti sulla base dei caratteri meteorologici: Nevoso, Piovoso, Brumaio, Termidoro e così via.
Durò solo fino al 31 dicembre 1805 quando Napoleone ristabilì il sistema gregoriano, ma negli archivi sono conservati naturalmente anche documenti di questo periodo.
La titolatura è piuttosto bizzarra e ampollosa. Si può immaginare che l’applicazione di queste formule abbia creato perlomeno sconcerto, nei pubblici uffici come nella gente comune. Il fatto, per esempio, di chiamare “cittadino” un vescovo riusciva certo difficoltoso ai poveri pretini di campagna, abituati al “bacio della Sacra porpora”, al “mi prostro innanzi a Voi Illustrissimo” e simili.
Quello che si propone all’attenzione dei lettori è una supplica degli abitanti di Pianaccio all’Arcivescovo di Bologna per avere le processioni almeno in determinati giorni dell’anno e le Messe nei giorni festivi, cose che il parroco di Monteacuto si rifiutava di fare.
A questo scopo inviano un loro rappresentante, Tomaso Franci, che si reca di persona a Bologna tra il febbraio e il marzo 1798. Più che una supplica a tratti sembra quasi una minaccia, con le allusioni all’ordine pubblico e al malcontento dei cittadini; già da quest’epoca gli abitanti di Pianaccio mostrarono tutta la loro combattività, caratteristica che, pare, abbiano conservato anche oggi…
Data l’estrema chiarezza, il documento viene qua proposto nella versione integrale.
“Al Nome Ssmo di Dio
Libertà e Repubblica Cisalpina una et indivisibile. Eguaglianza.
Fuori
Al Cittadino Cardinale D. Andrea Giovanetti Arcivescovo di Bologna. Tomaso Franci.
Dentro
Libertà. Religione. Eguaglianza.
Cittadino Cardinal Arcivescovo
Lusingavansi gli Abitanti del Pianazzo, che forman la maggior parte della Parrocchia di S. Nicolò di Monte Acuto dell’Alpi, ottenuta ch’ebbero da Voi Cittadino Cardinal Arcivescovo per i rilevanti conosciuti motivi, l’Errezione in sussidio di cura d’Anime la loro Chiesa, già Oratorio, de’ SS. Giacomo Apostolo ed Anna con ogni Privileggio e Prerogativa in guisa appunto dell’altre sussidiali, a che per ciò stesso sotto tal cattegoria venissero essenzialmente ancor comprese le Processioni tanto la Mensuale del SS.mo Sacramento, e nella Sollenità del Corpo di Cristo, quanto colle sacre Immagini di Maria sempre Vergine e de’ Santi, o sue Reliquie, quella per la preservazione de’ Frutti nelle Campagne, ed altre solite, e consuete giusta il Rituale Romano, senza però verun pregiudizio a Parrocchiali Dirritti , come liberamente si pratica in quattro altre sussidiali circonvicine.
Ma invano!
Poiché, avendo eglino su tale lusinga, ed incontrastabil Esempio, a gran stento aprontato di proprio tutto l’occorrente coll’impiego di non indifferente somma, le vengono dall’odierno Parroco della Matrice [Monteacuto] coraggiosamente contrastate; anzi niente valutando la vistosa distanza di tre e più miglia d’ impraticabili ripidissimi sentieri dalla sussidiale sotto le più sorprendenti minacce, rigorosamente vietate.
Dal quale sì strano e ributtante procedere troppo amareggiati gl’Animi della Popolazione Sussidiale, scorgesi ad evidenza impresso nei volti il Malcontento, presaggio Pianaccio arroccato sulle pendici del Monte Grande sulle rive del Fosso Bagnadori non equivoco, abastanza anche esternato, del disturbo alla quiete, e tranquillità, che con tanto impegno mantenir procura la nostra Nazione, da cui ne vien ancor incarricato il Riccorrente Tomaso Franci in qualità di Capitano di quella locale sedentaria Guardia, che a prevenire ogni infelice incontro, anteponendo il pubblico Bene al lui privato, e particolar interesse, non ha punto dissimulato ad intraprendere il longo e disastroso viaggio di 40 e più miglia, onde volger il primo passo verso di Voi, o Cittadino Cardinal Arcivescovo, vivamente implorando, e con tutto il più ossequioso rispetto l’opportuna Licenza ed espressa Facoltà d’ eseguire le anzidette Processioni entro il recinto della Sussidial Parrocchia, e se piace, la seconda Domenica d’ ogni mese, e nella Domenica fra l’Ottava del Corpo del Signore, risguardo a quelle del SS.mo Sacramento, e così col pronto riparo alla sorgente del malcontento, fermamente crede il Suplicante valglia [valga] a ridonare agl’Abitanti quella primiera Pace e Quiete, che per ogni titolo il più interessante, ardentemente desidera. Che ella Grazia etc.”.
Nel Rescritto che segue la supplica il Cardinale Gioannetti fu estremamente chiaro, e si noterà che egli utilizza il vecchio calendario e si guarda bene dal firmarsi “cittadino”:
“A di 5 Marzo 1798 dal Arcivescovato di Bologna.
Avendo osservato il decreto dell’Errezione dell’Oratorio de’ SS. Giacomo ed Anna in Pianaccio in sussidiale, in cui dicesi, che il Cappellano debeat et poterit explere Ecclesiasticas Functiones quae de jure, ut servatis servandis expleri solent ab aliis subsidialibus Ecclesiis, si comanda al Cittadino Parroco di S. Nicolò di Monte Acuto dell’Alpi che non debba in verun modo impedire il Cappellano di detta sussidiale dal fare le funzioni Ecclesiastiche che soglionsi fare dalle altre sussidiali; anzi vien invitato il medesimo Parroco a permettere con buon  animo che le Famiglie di quella sussidiale possano soddisfare alla loro divozione, ciò che sarà al medesimo Parroco di giovamento spirituale, e forsi anche temporale: e così e in ogni.
Firmato D. Andrea Cardinal Giovanetti Arcivescovo.
All’invito del Cittadino Tommaso Franci le precedenti cose tutte, e singole sono state, per copia conforme dal preciso, et identifico suo originale a tal effetto esibitomi, e poscia ad egli restituito, desume da me Luca Luigi Gasparini Pubblico Notaio di Bologna, ed in argomento di vertà qui sottoscrivo e v’appongo il proprio sigillo, questo giorno sedici Ventoso anno VI Repubblicano”
Poiché gli abitanti di Pianaccio erano estremamente determinati e volevano che le cose fossero chiare, questo atto (in copia) fu stilato dal notaio Luca Luigi Gasparini il giorno “sedici Ventoso Anno VI Repubblicano”, cioè il 6 marzo 1798, affinché ne rimanesse traccia nell’archivio della Pieve di Lizzano.
Al fine di chiarire ulteriormente le vicende della Chiesa di Pianaccio, nell’archivio di Lizzano si trova copia di un bel documento senza firma e senza data, ma che pare da collocarsi intorno alla fine del ‘700, e che sembra essere l’antefatto dello scritto che si è visto sopra. È una cronologia molto circostanziata degli eventi che riguardano questa chiesa; poiché è piuttosto lunga, qui mi limiterò a citare gli eventi principali.
Fin dal 1724 gli abitanti di Pianaccio avevano espresso il desiderio di avere un oratorio in cui fossero celebrate le Messe nei giorni festivi, soprattutto durante l’inverno
“… ne’ quali assolutamente si rendono assai difficili, anzi impraticabili le Strade, o sian piuttosto angusti sentieri, che qua e là saliscono sull’erto e scosceso monte, nella cui sommità ritrovasi la Chiesa Parrocchiale … ”.
Dato che erano previdenti, avevano pensato anche a una dote per l’ oratorio, e un tale Mario Franci aveva anche promesso un pezzo di castagneto del valore di £ 800,ma la sua erezione fu piuttosto complicata, dal momento che il parroco di Monteacuto, don Giovanni Nanni, si opponeva fermamente all’idea di vedere decurtate le offerte alla sua chiesa, che necessariamente avrebbero dovuto essere poi divise con l’oratorio di Pianaccio.
Nel 1736 però i pianaccesi tornarono alla carica, rivolgendosi alle più alte autorità ecclesiastiche. Don Nanni, messo alle strette, dovette recarsi a Bologna per presentare una petizione all’arcivescovo. Il 14 agosto 1736, i paesani di Pianaccio ottennero la licenza per edificare l’oratorio, a croce latina con campanile, ma ad alcune condizioni: che si costituisse un fondo per una rendita annua di £ 15 per il suo mantenimento (dopo tutto, non c’era l’otto per mille), e
“… che tale Oratorio non fosse mai di gius Padronato di alcuno, ma fosse Libero”.
cioè il parroco doveva essere scelto direttamente dai fedeli e non essere imposto da una particolare famiglia garantendone la rendita e la libertà.
Nel 1738 fu terminata la costruzione dell’oratorio, con grande sforzo, anche finanziario, degli abitanti; qui pare che don Nanni approfittasse della buona fede dei pianaccesi, assumendo personalmente la fruizione dei redditi derivanti dal terreno lasciato da Mario Franci che in realtà dovevano essere destinati ad unico beneficio dell’oratorio. Il giuspatronato passò di fatto interamente nelle mani della famiglia Nanni, così come la dote dell’oratorio.
L’anno seguente fu rogato dal notaio Agesilao Ercole un documento in cui si dichiarava che
“… il gius [diritto] di nominare il Sacerdote per cellebrar la S. Messa, o anche il Cappellano, o Parroco (nel caso che l’Oratorio fosse eretto in Sussidial Parrocchia com’era sin da principio il Loro vivo desiderio) per metà appartenesse agl’ Oratorî [pianaccesi] e per l’altra metà alla famiglia del Parroco …”.
Di nuovo ci furono malintesi, tali che portarono all’erezione di un beneficio semplice contro la volontà degli abitanti
“… veramente per la loro ignoranza et Idiotismo condotti”.
La prima S. Messa nell’oratorio di Pianaccio fu celebrata il giorno di S. Giacomo del 1748, e da quel giorno fino all’anno 1767 i pianaccesi assunsero l’amministrazione dell’oratorio, nelle persone di rappresentanti eletti pro tempore tra gli uomini del paese: i fondi erano impiegati per acquistare le suppellettili e per pagare le Messe al sacerdote celebrante.
Don Giovanni Nanni morì nel 1766: i suoi eredi, il nipote Filippo e il figlio di questi don Giovanni Domenico, tentarono di convincere gli abitanti (“ma indarno”) a redigere un mandato che consentisse loro di divenire padroni dell’oratorio. Figurarsi!
Ma essi sapevano come muoversi, e presentarono formale istanza al Vicario Generale per mantenere il giuspatronato, ottenere il possesso integrale dell’oratorio, avere libero accesso ai fondi destinati allo stesso e nominare Giovanni Domenico come cappellano di Pianaccio. Propongono ed ottengono dal vescovo che l’oratorio sia dichiarato a benefizio semplice quindi con l’obbligo di sole 12 messe l’anno, e il ritiro del sacerdote.
Viene così a cadere il privilegio delle messe festive.
Gli abitanti di Pianaccio si appellano al Pontefice creando un contenzioso che dura per molti anni.
Con un decreto del 1767 il Vicario Generale rigettò però la loro istanza. Iniziò così una sgradevolissima serie di ripicche ai danni degli abitanti di Pianaccio, che
“… dall’ora in qua si sono sempre ritrovati moltissimo scontenti dello stato delle cose, nel quale oltre il non esser stato più l’Oratorio ufficiato come prima, il veder diminuito il numero delle Messe Festive, e queste senza veruna spiegazione del S. Vangelo; al presente affatto lacere ed insudicite le sacre suppellettili, che con tanto stento ed applicazione vennero da loro provvedute, e ridotta in cattivo stato la fabbrica, massime nelle coperture, senza che dai Rettori siasi sin qui pensato al doveroso mantenimento, almeno col destinato annuo quantitativo … ”.
Viene ribadito anche il desiderio che l’oratorio divenisse chiesa sussidiale, per la distanza da Monteacuto e per la già nota scomodità nei mesi invernali,
“… anche per le vistose escrescenze del Torrente Sela pericolosissimo singolarmente nell’Inverno e Primavera per lo scioglimento delle Nevi negl’Apenini … ”.
La supplica si conclude con la proposta dei pianaccesi di istituire un fondo per il mantenimento dell’oratorio, diverso dal beneficio semplice di cui sopra, con cui il cappellano possa
“… ritraere il decente suo sostentamento, da nominarsi ed eleggersi però sempre dai Ricorrenti …”.
Ciò a scanso di equivoci! Per fare maggior presa sull’Arcivescovo, i richiedenti portano anche il drammatico esempio di:
“… più di dodici persone coabitanti [cui è] avvenuto di soccombere, cioè alla Morte, senza veruno spirituale aiuto di Confessione, né degli altri SS. mi Sacramenti … ”.
Pare dunque che sia questa la supplica portata dinnanzi all’Arcivescovo da Tomaso Franci, più dettagliata rispetto alla copia riassunta del notaio Gasparini. Per fortuna ebbe buon esito, dopo vicende tanto travagliate e spiacevoli per tutti nel 1798 l’oratorio viene eretto in chiesa sussidiale, con un cappellano proprio.
Don Marco Biagi riesce, dopo molti dibattimenti e notevoli spese, a riottenere che un prete che risieda in paese e celebri la liturgia festiva.
Siccome nel territorio non esistono altri luoghi di culto, nel 1830 Don Floriano Biagi, una lapide ricordo è visibile nel transetto di destra, chiede alla Curia di riconoscere a Pianaccio:
"… lo status di Parrocchia Libera, Indipendente con Battistero …”.
Affinché la domanda non sia rifiutata, elargisce alla chiesa una donazione in beni stabili e una dote di 1680 scudi.
Il riconoscimento solenne avviene il 14 settembre 1831 con un decreto arcivescovile del cardinale Carlo Oppizzoni.
E’ nominato parroco Don Antonio Monari di Fellicarolo (Fanano-MO), che prende possesso della nuova parrocchia l’anno successivo. Resse la parrocchia per più di 40 anni e morì centenario nel 1877, molto compianto dai suoi parrocchiani.
In quel tempo il paese conta circa 300 abitanti.
Vicino all’oratorio sul lato sud è già presente un piccolo cimitero che fu però definitivamente chiuso nel 1855 in seguito all’epidemia di colera che quell’anno imperversò nell’Italia Settentrionale.
“A contatto della chiesa dalla parte di mezzogiorno, posto in disuso nel 1885 per essere stato riempito di cadaveri stante il morbo cholera”.
Quello nuovo fu edificato a poca distanza nel 1858, mentre quello odierno è molto più recente. 
Nel 1975, durante i lavori di sistemazione dei muri di sostegno dell’abside, sono stati ritrovati sassi e lastre incise con croci e date, appartenute a questo primo camposanto.
I paesani, a loro spese, nel 1831 decidono di demolire la vecchia torre campanaria ed innalzarne una più solida con orologio ad una sola lancetta, con scappamento copiato dai disegni di Leonardo e con carica a contrappesi.
Sono inoltre installate tre nuove campane costruite da Gaetano Brighenti.

Campana

Dedicata a

Diametro cm

Peso kg

Nota musicale

Grossa

Sant’Anna

62

160

Re#

Mezzana

San Floriano

55

108

Mi

Piccola

San Rocco

48

72

Do#

Sulla parete più esterna del campanile si può vedere ancora oggi una pietra, resto della vecchia costruzione, con incise due lettere e una data:
F. I.    1829
Iniziali dell’autore e testimonianza dell’anno di uno dei tanti restauri eseguiti.
Nel 1888 parte della chiesa è demolita per lavori d’ampliamento e dall’originaria pianta a capanna assunse quella a croce greca attualmente visibile. I lavori furono a spese della comunità e del comune di Lizzano, che partecipò con 15000 lire.
Testimonianza di questi lavori sono le date scolpite nell’abside (1889) e sotto i rosoni dei transetti di destra (1890) e di sinistra (1888).
Sulla facciata, una piccola effigie di San Giacomo e una lapide dedicata ai caduti della Prima Guerra Mondiale.
L’interno è stato ristrutturato dopo gli anni 70, per adeguarlo ai dettami del Concilio Vaticano II, e completamente ridipinto con colori a tinte forti e con paesaggi e uno stile non usuale dalle nostre parti.
L’Altare Maggiore, inizialmente al centro dell’abside, è stato addossato alla parete e sostituito da un altro che permette all’officiante di essere rivolto verso il popolo.
Per non frapporre ostacoli fra il celebrante e fedeli, è stata tolta la magnifica balaustra di legno che isolava il presbiterio dal resto della navata. Il vecchio pavimento di cotto è’ stato sostituito con marmo.
Nella navata, a destra il Battistero, non più utilizzato, con la scritta:
"SACER BAPTISMI FONS".
La maggior parte degli arredi della chiesa di Pianaccio risalgono al XIX secolo, ma spiccano alcune opere pregevoli:

  • La Pala sull’Altare Maggiore, opera a olio su tela di autore ignoto di ambito emiliano, è datata al 1770 e raffigura la Madonna con Gesù Bambino in gloria e i Santi Anna e Giacomo.
  • Attorno alla cupola, i quattro Evangelisti dipinti dal pittore Ilario Rossi nel 1944.
  • La cupola dipinta dal pittore Maserati.

Nella navata centrale due nicchie:

  • A destra una statua in legno policromo di S. Rocco, co-protettore del paese, della fine del 1800.
  • A sinistra una statua di S. Antonio da Padova.

Nel transetto di destra (delle donne):

  • Una lapide in memoria di don Floriano Biagi.

D   ●   O   ●   M

LA  ● PIETA’ ●  DEL ● SR  ● D ● BIAGI ● FLORIANO

ERESSE ● DEL ● PROPRIO ● QUESTO ● BENEFIZIO

PARROCCHIALE ● DEL ● PIANACCIO

NEL ● GIORNO ● 28 ● SETTEMBRE ● 1831

COME ● AI ROGITI ● DEL ● SR

DOR ● MINGONI ● DI ● BOLOGNA

  • L’altare di “Gesù Morto” con la statua che è portata in processione il Venerdì Santo, l’effigie di san Giacomo.
  • In una nicchia la statua di San Rocco in terracotta policroma.
  • Su una parete un bel Crocifisso in cartapesta modellata e dipinta della metà del XVIII secolo.
  • Un bel dipinto a olio su tela di ambito emiliano, una presentazione di Gesù al tempio databile al periodo tra 1550 e 1599; poiché a quell’epoca l’oratorio non esisteva, si può presumere che questo quadro sia frutto di donazione privata avvenuta in epoca imprecisata o che in origine si trovasse nella chiesa di Monteacuto delle Alpi.
  • Organo entro cassa lignea costruito da Alessio Verati nel 1865, collocato in cantoria in “cornu evangelii”. Facciata di 15 canne disposte a cuspide; labbro superiore a mitria. La canna maggiore corrisponde al La bemolle 1 del Principale. Tastiera di 50 tasti (Do 1 - Fa 5) con prima ottava corta; tasti diatonici in osso, cromatici in legno dipinto. Pedaliera a leggio di 16 tasti (Do 1 - Sol 2) con prima ottava corta e costantemente collegata alla tastiera. Registri azionati da manette disposte in colonna a destra della consolle; cartellini manoscritti.

Principale, Ottava, XV, XIX, XXII, Flauto in XII (da La bemolle 1), Cornetto (da Do 3)
Somiere a tiro munito di 7 stecche così disposte a partire dalla facciata:
XXII, XIX, Cornetto, XV, Flauto in XII, Ottava, Principale
Crivello di cartone con bocche sottostante. Due canne in legno sul somiere maestro, corrispondenti alle prime due note del Principale; 12 canne in legno inserite in somiere supplementare. Mantice a cuneo ubicato in cantoria a sinistra dell’organo, azionabile a stanga.
All’interno della cassa lignea si trova la scritta:
ALESSIO VERATI / FECE / L’ANNO 1865 N. 92”
Sul fregio sovrastante la cassa troneggia la dedica:
“DOMINICA SANTINI / DONAVIT / ANNO 1871”
Nel retro del frontale iscrizione a matita:
“ FORNACIARI PIETRO”.
Solo se accompagnati, dal transetto si accede alla sacrestianella quale sono visibili:

  • Diversi servizi di cartegloria in legno intagliato e dorato.
  • Un pregevole dipinto a olio su tela del periodo 1675-1699, sempre di ambito emiliano, raffigurante la Madonna con Bambino. Il dipinto si trova entro una fioriera di manifattura emiliana della seconda metà del XIX secolo.
  • Una statua di Sant’Antonio di gesso.
  • Un Ostensorio in argento sbalzato a mano del 1893.
  • La Beata Vergine “Fiorera”, tela del 1600 (cm. 30x20), addobbata d’ex voto.

Il Ritratto di Don Giuseppe Mazzoli, ultimo parroco del paese per oltre 30 anni (deceduto nel 1961), eseguito dal pittore Ilario Rossi nel 1944.
Nel transetto di sinistra (degli uomini):

  • Una lapide ricordo di Giacomo Biagi, parrocchiano che contribuì alle spese della chiesa con una generosa offerta nel 1838.
D  O  M

A

PERPETVARE VNA SECONDA MESSA

NEI DI’ FESTIVI DI ESTATE

GIÕ GIACOMO BIAGI ELARGIVA

LA PARROCCHIA DEL PIANACCIO

DI SCVDI CINQVECENTONOVANTADVE

A SEMPRE GRATA RICORDANZA

QVESTA LAPIDE POSERO 1838

 

  • L'altare delle Priore.
  • La statua della Madonna
  • In una nicchia la statua di San Giacomo in terracotta policroma.
  • La statua del Sacro Cuore in terracotta policroma.

Attraverso due piccole porte si accede, in cantoria e nel campanile e da lì sulla piazza.
Fino alla fine degli anni ‘60 l’ampio locale sotto la chiesa è stato adibito ad usi scolastici tutti gli alunni insieme, riuniti in una pluriclasse.
In un unico ambiente erano riuniti gli alunni dalla prima alla quinta elementare, con una sola maestra e tante difficoltà per tutti.
Pochi anni or sono la chiesa è stata interessata da un’altra ondata di lavori.
Le panche dalla navata centrale sono state sostituite grazie a una generosa donazione del noto giornalista Enzo Biagi, nativo di Pianaccio e sepolto nel cimitero locale; quelle ottocentesche sono state spostate nei due transetti.
Le pareti sono state affrescate dal professor Rinaldo Novali di Lizzano, docente all’Accademia di Belle Arti, mentre le pitture precedenti erano opera del pittore Ilario Rossi di Bologna, che le eseguì nel 1944.
Fin dalla sua nascita, i paesani hanno sempre contribuito, con denaro e con il loro lavoro, a mantenere e ad arricchire questo piccolo tempio che è diventato ormai il simbolo della loro minuscola comunità.
La parrocchia di Pianaccio è molto “giovane” rispetto alle altre, essendo nata intorno all’oratorio costruito, dopo molte vicissitudini, nel 1738, però l’archivio della Pieve ha conservato il nome di diversi sacerdoti ad essa legati.
Fino al 1767 furono gli abitanti stessi ad occuparsi dell’oratorio e a chiamare di volta in volta i sacerdoti disponibili a celebrare le messe, pagandoli di tasca propria; da quell’anno ci fu, più o meno regolarmente, un sacerdote o un cappellano residente.
1767-1777: cappellano don Giovanni Domenico Nanni, appartenente alla stessa famiglia di don Giovanni Nanni, titolare della cura di Monteacuto fino al 1752, e di don Lazzaro Nanni (nipote del precedente), parroco a Monteacuto fino al 1772.
La famiglia Nanni tentò di far valere il proprio diritto di giuspatronato presso il Vicario Generale, ma l’istanza fu respinta. Don Giovanni Domenico fu eletto nonostante la volontà contraria dei pianaccesi, che avevano già avuto duri scontri con lo zio a proposito dell’oratorio.
1805- (?): in uno dei registri dei Battesimi della Pieve di Lizzano si trova don Matteo Fioresi, figlio di Domenico e di Giovanna Gasparini, definito:
“… parroco di S. Giacomo di Pianaccio, sussidiale di S. Nicolò di Monte Acuto delle Alpi …”.
È piuttosto singolare, considerando che la parrocchia a Pianaccio fu eretta ufficialmente solo nel 1831, quindi forse, più che parroco, don Fioresi era cappellano; non si può escludere, del resto, che gli abitanti di Pianaccio dopo aver vinto il contenzioso con gli eredi della famiglia Nanni per il giuspatronato sull’oratorio, avessero scelto loro il proprio sacerdote.
1824-1877: don Antonio Monari di Fellicarolo, nato nel 1777; resse la parrocchia di Pianaccio per più di cinquant’anni, superato per longevità “clericale” solo da don Baldi di Grecchia.
È considerato il primo parroco “ufficiale” di Pianaccio.
Morì quasi centenario, molto compianto dai suoi parrocchiani. Cappellano era don Pietro Brunetti, che rimase tale anche sotto i parroci successivi, fino a don Girolamo Pozzi, di cui stilò l’atto di morte.
1877-1884: don Domenico Ferri di S. Martino di Caprara, a Monte Sole.
1884-1898: don Girolamo Pozzi di Porretta, di cui è conservato nell’archivio di Pianaccio l’atto di morte, avvenuta il 10 febbraio 1898. Aveva come cappellano e facente funzioni don Augusto Vaccari di Crevalcore, che rimase tale fino al 1911.
1899-1912: don Domenico Calzolari di Stiolo, presso Loiano.
1912 (7 giugno): don Luciano Montanari. Economo sotto la sua cura fu, per breve tempo, don Achille Filippi di Lizzano, sostituito poi da don Raffaele Pozzi di Monteacuto come incaricato del pievano di Lizzano.
?-1920: don Lorenzo Spada, nato nel 1881. Economo don Guido Baronio.
1931-1961: don Giuseppe Mazzoli, nato il 3 ottobre 1893 a Gherghenzano di S. Giorgio di Piano (BO).
In gioventù aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale: ne resta ricordo nell’onorificenza conservata nella sacrestia della chiesa di Pianaccio, oltre a una foto in divisa.
Don Mazzoli fu colpito da paralisi la sera del 6 luglio 1961, dopo alcuni giorni di malattia: fu trasportato all’Ospedale Bellaria di Bologna, dove spirò il 28 marzo 1966.

Toponomastica

Nel nostro itinerario semiserio alla ricerca di toponimi inconsueti o desueti, ci spostiamo in Val Silla, nella zona di Pianaccio. È un’area molto estesa, ricca di acque: sono tanti, infatti, i toponimi collegati a fonti e sorgenti.
Percorrendo la strada comunale per Pianaccio e Monteacuto si giunge al bivio di Sant’Antóggno, dove pare si trovasse una maestà con targa devozionale raffigurante Sant’Antonio da Padova: nel lato verso Pianaccio (che non è un peggiorativo ma continua il latino “planatius”, luogo pianeggiante), sopra il torrente, c’è il Molìn Vècctio o Pianlàccio, pianellaccio, il primo di una serie di toponimi peggiorativi, giustificati dall’asprezza del territorio.
Proseguendo lungo la strada, il primo tornante verso Monteacuto è l’Arvìna del Sfìcctio, la frana del fischio, dal rumore sibilante che fece una gran massa di terra che si staccò dal pendìo sovrastante molti anni orsono.
Più avanti ci sono il castagneto e il Fosso dei Tanari, cognome di un’antica famiglia gaggese proprietaria di molti beni nel Belvedere fin dal XV secolo.
Poco sopra c’è il castagneto detto Le Vòlte, che nel nome fa pensare a rami che si toccano formando appunto delle vòlte, come in un’agreste cattedrale.
Ritornando verso Pianaccio troviamo La Rastèlla, nome che ricorda un recinto chiuso, un cancello, uno steccato; è una grande estensione di terreno suddivisa in diverse proprietà, dove attualmente si trova un’abetaia. Forse proprio questo frazionamento ha originato il toponimo, per la presenza di molti confini.
Più sotto c’è Camp’ed Ràija (nei documenti antichi si trova scritto Campedràija) dove c’è anche un casóne, che arriva fino al fiume. Data la natura boscosa del luogo, questo nome mi ricorda radici o ancor meglio ràgge,  cioè rovi e spini. Ma non si potrebbe escludere neanche una pietraia (pedràija).
In fondo, sul fiume, c’è la Centrale elettrica attiva dal 1933 fino al 27 settembre 1944 quando fu minata e distrutta da una pattuglia tedesca e da allora diroccata.
Di fronte alla Centrale c’è La Fornace, di cui però nessuno ha memoria.
Risalendo il fiume si trova il fosso Busatèlle, piccole buche, e più sopra La Serra di Pianaccio (per distinguerla da quella di Monteacuto), quella curva sulla strada da cui si stacca il sentiero per Raigàda, la radicata, la radicosa, una cosa così, che a dire il vero è di pertinenza montacutese.
A Raigàda c’è un bellissimo casóne datato 1644, recentemente restaurato a cura della Forestale; adesso è decisamente fuori mano, ma fino al periodo tra le due guerre era abitato e frequentato, tanto che nei campi che (allora) si trovavano nei pressi della casa si seminava il marzólo.
Sotto La Serra c’è El Puntón, lo spuntone, dove il Silla fa un’ansa per aggirarlo; poi Le Aréde, di significato oscuro: ricorda delle reti, ma data la tumultuosità del fiume, penso proprio che sia un’ipotesi da scartare totalmente. Quella più valida è una derivazione da “jaréda”, luogo ghiaioso o sabbioso: qui alle Arède si trovava infatti un tipo di sabbia molto buona, originata dall’arenaria, che veniva lavata e venduta a b’góngi a Pianaccio. Pare che gran parte degli edifici del paese sia stata costruita con questa sabbia.
Dopo Le Arède ci sono El Fontanìn, che è stata la prima fontana per Montacuto e Pianaccio, e El Molìn Bianco, di cui restano ruderi scarsamente visibili.
Dopo la Canala del Frassino, sotto Raijgàda ci sono I Roncacci, toponimo molto diffuso in tutto il Belvedere, legato alla consuetudine di “roncare”, cioè sradicare ceppi per ottenere terreno coltivabile; poi El Castagnè del Prete, così detto perché appartenente alla chiesa di Pianaccio per legato testamentario.
Poi si risale il corso del torrente Caùsso, idronimo secondo me bellissimo, derivante forse dall’antico italiano “casse”, adattamento del greco “chàos”, fenditura, voragine, apertura: in effetti, il corso del torrente è molto incavato e forma una vallecola profonda. Un’altra possibilità è dal latino “cautes”, scoglio, roccia.
Si giunge così a Pian d’la Zùccola, italianizzato in Pian della Zucca: non so perché, ma mi viene da pensare di più a una testa, per quanto dura, che non a una cucurbitacea, che data l’alta quota forse non potrebbe svilupparsi a sufficienza per dare il suo nome a una località.
Nel letto del Caùsso c’è un’area di ridotta estensione detta L’Abédo, l’abete, oggi non più visibile ma a detta di molti un tempo esistente, un gigantesco abete trascinato dalla furia del torrente.
Pianaccio Poco sopra c’è una romantica Fontanina dell’Amore, che nasce dentro al canale del Fosso della Donna Morta.
Tutta la sponda che sale da Pian d’la Zùccola verso il sentiero di crinale è La Martinàija: non volendo pensare a una bellicosa figlia di Marte, forse questo terreno era di proprietà della figlia di un… Martino. Potrebbe però essere relativo alla presenza di “martini”, cioè pecore selvatiche.
Di fronte a Pian d’la Zùccola c’è la sporgenza della Lacciaróla, che la superficialità dei cartografi ha trasformato in un più comprensibile Acèrola o Acèrolo, una vasta estensione di terreno dove attualmente c’è l’abetaia visibile a fianco della strada. Il nome mi ricorda i lacci, forse per la cattura di animali selvatici. L’abetaia è stata impiantata negli anni del dopoguerra, prima c’erano dei campi che venivano regolarmente coltivati: uno era El Campo del Montón, su cui non c’è nulla da dire, l’altro era El Campo del Biscédo, dove abbondavano le bisce. Poiché non amo i rettili, passiamo oltre.
Per salire sul Corno si trovano il Póggio d’ Mezzo e Mont’Gnìcco, Monte Lamento, potremmo dire: è già molto se, salendo, resta fiato per respirare, data la fortissima pendenza; più che “gnocchi”, altro non esce! Fra questi due crinali scende il Fosso d’Mezzo, mentre gli spazi boscosi tra i canaloni oltre Mont’Gnìcco sono detti Màcctie d’Lazzaro, boschi di Lazzaro, uno che aveva la legna nel posto più scomodo.
E adesso cambiamo le carte in tavola: Tanamalìa non si trova nel Fosso della Radicctiàija (di significato chiaro), bensì qui, sotto le Màcctie d’Lazzaro, e si tratta probabilmente di uno spuntone roccioso, non di un orrido! Questa rivelazione rischia di sconvolgere la cartografia della zona, ma le varie fonti da me sentite hanno confermato tale posizione. Quanto al significato del nome, è proprio il caso di parlare di “malìa” affascinante, data la posizione panoramica e fantastica del luogo. Il fosso della Radicchiaia non cambia la sua posizione, tra il Poggio dei Golfi e il Poggio di Mezzo.
Da questa zona scende anche il Rio delle Naspe, per il quale non azzardo ipotesi, ma dove certo si annaspa molto, data la forte pendenza, mentre, spostandoci verso la Nuda, troviamo la Fontana d’la Sctiàppa, una sorgente che scaturisce da una fessura (“sctiàppa” in dialetto) nella roccia.
L’ampia area a destra del Sentiero degli Amici, che conduce sulla Nuda, è detta Ronc’Bernardo, una sponda boscosa che giunge fino al limitare della vegetazione per terminare con il Póggio d’la Birba, forse dal latino “briba”, che indica il vivere da vagabondo, senza far nulla. Sul roncare abbiamo già detto: questo è uno dei pochissimi casi in cui conosciamo il nome di chi ha compiuto tali disboscamenti (ma solo il nome).
Dalla Nuda scende, tra gli altri, El Fosso del ∫nòtto, dal greco “skenè”, scena, palcoscenico: questa espressione, “scena”, si trova solo qui in alta Val Silla col significato di riparo, sporgenza, analogo alla “scaffa” che si trova nel resto del Belvedere.
Alla confluenza con il Fosso di Mezzo prende il nome di Rio delle Farine, nome che farebbe pensare alla presenza di mulini, improbabile però data l’altitudine e la scomodità ad arrivarci.
Dalla confluenza del Rio delle Farine con il Fosso della Capannaccia nasce il Rio Casellino: forse un tempo esisteva qui una piccola costruzione, poiché “casello” è propriamente il diminutivo di “casa”. E poi una capannaccia c’era, dopotutto.
Torniamo ai Monti Grossi: prima di arrivare sulla cima troviamo Piaggia  Calda, un pendìo caldo, in riferimento all’esposizione a sud-est (anche se non mancano, nell’antichità, testimonianze di sorgenti calde un po’ su tutto il territorio).
Dai Monti Grossi scendono la Canala Mandrióla e la Canala Capannaccia che si immettono nel Rio delle Farine. La Mandrióla deriva forse il suo nome dal greco “mandre”, col significato di ovile chiuso: è noto che i pastori transumanti (la cui presenza sul nostro territorio è ampiamente documentata almeno dal XVI secolo) facevano “mandriane” le pecore entro recinti chiusi per la produzione di stabbio, o più semplicemente per concimare il terreno.
Sempre in relazione ala presenza umana, per quanto nomade, è La Capannaccia, dove si trova una fresca sorgente.
Presso la cava, dove comincia il sentiero che sale al Poggio di Mezzo, ci sono Le Arìne, per le quali mi è difficile proporre ipotesi (forse una distorsione di un originario Aréne, cioè sabbie?), e oltre il torrente si intravedono dei ruderi, ciò che rimane della Capanna d’Amilcare, che pare che vivesse lì e campasse facendo gli “abbozzi” delle forme in legno per le scarpe.
Da Segavecchia procediamo lungo La Via dî S’gnóri, la via dei signori, come erano detti i primi villeggianti che agli inizi del Novecento cominciavano a frequentare le nostre zone ed erano certamente più abbienti della popolazione locale; essa inizia dal Monte Calvario (che però non è così ripido da meritare questa qualifica) e arriva fino a Madonna dell’Acero.
La prima località che si incontra è El Balzón, poi Campo del Cerro, varietà di quercia non molto diffusa da queste parti; L’Ara del Trógo, dove un tempo battevano la segale: poiché questo è uno dei pochi luoghi senz’acqua, può darsi che vi fosse un trogolo per abbeverare gli animali. D’altro canto, nella parlata locale “trógo” è un’espressione rivolta a una persona non proprio pulita; può darsi che il proprietario avesse tale caratteristica, ma non è dato saperlo.
Poi si trova La Capanna del Prete, un ricovero per attrezzi facente parte dei beni della chiesa di Pianaccio per legato; poi la Serra d’Piantadé, serra delle piantate, in riferimento a opere di rimboschimento o impianto di abetaie.
Più sotto si trovano Le Largucce, dove in realtà lo spazio non abbonda, che scendono dal Poggio d’la Birba, detto anche Poggio Plà, poggio pelato, da dove poi si sale sulla Nuda, anche lei senza vegetazione.
Sulla parete rocciosa che scende dalle Largucce c’è La Cagiùda, La Cascata in dialetto pianaccese, quindi una caduta d’acqua. Più avanti c’è l’Ara d’Barba d’G’vànne, che io ho scritto così perché mi sembra che venga pronunciato staccato, ma d’altra parte mi pare più probabile che si tratti di un barbagianni.
Continuando a salire, tra la Via dei Signori e il Fosso dei Bagnatóri (italianizzato nelle carte in Bagnadóri)  si trovano Pisolìn, perché con tutto questo camminare un po’ di riposo ogni tanto non fa male; i Balzi d’l’Àgola, balzi dell’aquila; Scudiróssola, forse in riferimento alla presenza del codirosso, uccello della famiglia dei Passeriformi di cui il toponimo è voce dialettale; I Campìcci con di fronte El Tàijo d’Zambón, il taglio di Giannone, titolare del taglio del legname in questa parte del bosco; I Abédi, gli abeti; El casoncìn ed Dovàrdo, il casoncino di Edoardo; La Stalla d’la Pianarìna, La Canala d’Càndito (e non un dolce candìto); La Canala del Pungitopo; I Gianmattée: anche questo toponimo, come altri analoghi, è originato da un nome proprio, in questo caso Gianmatteo, nome molto comune tra ‘500 e ‘600. Poi Ca’d’Bonavèra, nome maschile (Bonhavere) abbastanza diffuso nel ‘500 e anche prima, qui da noi soprattutto nella zona di Sasso; poi La Falìda, che richiama una “falistra”, una scintilla. Su tutta questa parte del territorio dominano I Balzi del Fabuìn, balzi del Fabuìno, luogo molto bello che può ispirare favole (“fabulae”) al calar della sera.
Poco dopo la sorgente dei Bagnatóri c’è la macabra Canala del Cirvèllo, un canale del cervello che scende dai ∫nón Negri, minacciose sporgenze poco sotto Monte Grande.
Più sotto c’è L’Arcèrio, sulla sinistra del Fosso dei Bagnatóri, dove si trovano i ruderi di un grande edificio: il nome può derivare dal verbo latino “arcère”, col significato di rinchiudere, difendere, tenere lontano, verbo che ha originato anche “arce”, rocca, acropoli (per esempio, Rocca Corneta nei documenti antichi è detta Arce Corneto in riferimento alla fortificazione che era stata lì eretta).
Da qui passava La Via dei Cavalli, che collegava Budiàra e Le Tese con i Bagnadóri e da questi giungeva a Ronc’Bernardo; da qui proseguiva poi sotto la parete est del Corno fino al Passo del Cancellino. Veniva utilizzata per il contrabbando di cavalli con il Granducato di Toscana ai tempi dello Stato Pontificio; in alcuni punti rimangono segni del tracciato.
Poi si trova La Porazzàra, dove non mi avventuro; La Scéna, con significato già esposto; poco sopra I Stabià, forse dal latino “stabulum”, “stalla, recinto per animali”, forse anche i cavalli di cui sopra. All’interno della vasta area degli Stabià si trovano Grillandìn, un bizzarro Ghirlandino, e La Srétta, luogo elevato.
Scendendo ancora c’è El Condùtto, il deposito dell’acquedotto; poi Le Piagge, erti pendii, El casón d’Cheli, cognome derivato dal nome Michele; Marcùccio, podere con il nome del proprietario; infine Campo d’Sèrra, dove non ci sono coltivazioni di primizie ma forse un tempo era abitato o di proprietà di un Serafino (Sèrra in dialetto può essere diminutivo di Serafino). È da notare come tutta questa zona, che ora appare così selvaggia e povera dal punto di vista antropico, fosse un tempo densamente popolata e i toponimi ce ne forniscono la prova.
Risaliamo di poco a Piangràndo, un pianoro dove si trovano ruderi di edifici, sovrastato da L’Ara Toccacielo, sul crinale che divide quest’area da Fiamminéda: questo bel toponimo secondo alcuni sarebbe da mettere in relazione alla posizione ben esposta verso il sole, quindi qualcosa che richiama fuoco e fiamme; un’altra ipotesi è che sia una corruzione di Fiuminéda, cioè qualcosa che ha a che fare con l’acqua… Che dire… Fiammineda è sotto il Monte Grande, la cui costa verso Pianaccio si chiama, con nome azzeccato, I Bruadìcci, i bruciaticci, dato che è piuttosto arida.
All’interno di Piangràndo si trovano I Pian’létti, area leggermente pianeggiante di limitata estensione; La Ca’ dî Gatti, bel toponimo per gattofili; più sotto c’è La Piàggia, una delle tante che abbiamo trovato lungo questo percorso, calde o fredde che fossero.
Giriamo intorno al paese, dove entreremo in seguito, e oltre il fosso dei Bagnatóri troviamo La Canala dî Gnàri, che scende da Piantadè; il nome significa “canale delle cataste di legna”, che certamente venivano erette lungo le sue sponde, benché… Se derivasse invece dall’aggettivo latino “gnarus”, significherebbe “il canale dei sapienti”: qualche maligno afferma che sia particolarmente adatto per Pianaccio, ma non mi addentro in questioni spinose.
Poco sotto ci sono Roncovecchio e La Spéssia, che è l’area che sovrasta la Colonia Estiva e che ricorda qualcosa di strisciante ma è più probabile che derivi dal latino “spìssus”, folto, denso, come è il bosco in quel punto, una folta selva.
Poi c’è El Fosso del Canalón, che scende dal Pizzétto, una punta poco elevata, e arriva a Sambucióne (di cui riparleremo), passando da un aereo Rondanédo, pieno di rondini.
Ronchicciolo Più oltre troviamo Ronchicciólo; L’Insdéda, che forse ha a che fare con gli innesti, poi un simpatico Pian’lìn del Tasso, che può riferirsi sia alla bestiola che all’albero
Ritornando sulla strada che ci riporta alla Segavecchia, dove c’era una segheria, si trova dapprima El Balz’ed Razìn, omino velocissimo, sovrastato dalla Bòrra, toponimo già visto più volte.
Oltre il torrente ci sono I Pianée, i pianelli, sotto a P’legrinón, un grosso Pellegrino forse un tempo proprietario del casóne qui visibile proprio sulla strada.
La curva dove si trova una nicchia nella roccia con l’immagine dell’Immacolata è El S’rettón d’la Bonàccia, riferito alla calma di vento che si avverte non appena girato l’angolo della curva. Proprio lì sotto c’è la confluenza del Rio Casellino nel Caùsso che origina il Silla.
Di fronte al Rio Casellino si vedono ardite sporgenze, i Balzi d’la Tarantola, che oltre ad indicare il ragno indica anche un piccolo rettile, una specie di  lucertola.
Oltre il S’rettón d’la Bonàccia ci sono Le Caselline, casettine che oggi non ci sono più, poste di fronte al Canale del Frassino.
Procedendo ancora ci sono: Le Piaggiòle; El Pero; El Balzo Grande; L’Acqua Bóna (sorgente che attualmente si trova in un tombino sotto l’asfalto); La Piàggia del Bianco; La Canala d’Pavarón, il canale del farfallone, che era il soprannome di quelli di Campo d’Sèrra, che forse avevano qui dei possedimenti; La Canala del B’dócctio, insetto molesto ma un tempo quasi domestico (non volendo pensare a una persona un po’ stretta di manica); In Vetta a l’Élta, “in cima all’alta”, elevata tautologia; La Canala del Tizzo, il canale del tizzone.
Con un balzo spostiamoci sulla strada provinciale prima del paese: tra il fosso che scende da Fiamminéda e il Silla c’è il Pont’Nóvo, ponte nuovo prima del Campo Sportivo che a sua volta è detto El Nó∫e, il noce; poco prima si trova El Ma∫erón, un gran mucchio di pietre, poi La Fontana, notevole estensione di terreno che nelle sue frazioni prendeva il nome dai diversi proprietari (la fontana d’Gildo, la fontana d’Leo eccetera). Sopra il Pont’Nóvo c’è La S’rettìna, che arriva fino a Ronc’Bertìn.
Nel crinale che da Piangràndo scende verso Fiamminéda si trova Rubiàle, qualcosa di rosso; La Scéna del Mezzodì, roccia a punta che un tempo fungeva da orologio per gli abitanti del borgo; El Balzo d’la Fontana, dove c’è una sorgente; La Canala da l’Acqua e quella, ben più dolente, dî Spìn, delle spine. Poi La Canala dî Scaffaròtti, piccole sporgenze; La Canala di dùu Forcée, formata da due fossi, che scende dall’Ara Toccacielo.
Più oltre c’è El Balzo del Spècctio, una cascata d’acqua dietro la quale è possibile passare senza bagnarsi (magari specchiandosi), originata dalla Canalàccia. Un’altra ipotesi è che il nostro “spècctio” venga da speco, cioè antro, grotta, spelonca e in effetti la morfologia del posto porterebbe giustificarla, perché, come ho detto, dietro la cascata c’è una piccola grotta.
Sopra c’è La Scandèlla,  attualmente boscosa ma forse un tempo coltivata a scandèlla, varietà di orzo (Triticum spelta) a crescita rapida. Pianigiani dice che probabilmente deriva dalla radice SKAD-, “dividere”, perché la spiga è doppia e si divide. Sono varie in Italia le località che derivano il proprio nome da questa pianta. Di fronte ci sono I Salaróo, dove i pastori davano il sale alle pecore che poi potevano bere, data l’abbondanza di acqua.
Salendo da Fiamminéda verso Le Tese, il cui nome pianaccese è Pradalàgo, perché è un’area pianeggiante dove spesso si ferma l’acqua piovana o del disgelo, ci sono: Cornioléda, luogo di corniòli; El casón d’Gildo; La S’ràda, la serrata, la chiusa, uno dei tanti recinti che rizzavano i pastori; I Pra’; I Presìn, dei “presini” di significato oscuro; El Pianèllo; Campo d’la Cilé∫a, un campo con un ciliegio particolarmente florido; El Strissce, strisce di terreno coltivato o di bosco tagliato; L’Ortìn, un orto che data la pendenza del terreno non poteva essere molto esteso; La Pozza; Catlàn, Catlàno, un borgo formato da pochi edifici (uno datato al 1511), ormai da tempo in rovina. Secondo Giorgio Filippi poteva derivare da una varietà di susina detta “catalana”.
Salendo ancora ci sono L’Albare’, un albereto omonimo di quello sopra Vidiciatico; La Serra d’Màvaro, la serra di Mauro; El Piaggión; La Mandria, un recinto omonimo di quello che avevamo trovato presso i Monti Grossi come Mandrióla; Il Fornello.
In direzione di Lizzano c’è un pezzo di Francia che si è trasferita qui; poi Le Bórre; La Pómma, il melo (che non fa male perché con tutto questo girare viene appetito); I Ricción, penso di castagne; El Scovédo, lo scopeto, per la presenza di erba da scope; Canal Cava, canale cavo;  L’Acqua Pùzzola, acqua solforosa molto buona e salubre, come abbiamo visto anche nei pressi di Poggiolforato. Calindri chiama il lugo in cui scaturisce la sorgente solforosa La Costa.
Poi El Casón d’Peppino; I Busón, grossi buchi; El Balzo d’Macchiacasèlla da dove si raggiunge La Cro∫e ed Chichìn, un esausto Franceschino.
Torniamo in paese, dopo aver esplorato tutto il circondario.
Sotto il cimitero, sulla vecchia strada che porta a Monteacuto, c’era El Ponte d’Sant’Anna (patrona del paese), non più esistente. La maestà che fu recuperata, raffigurante Sant’Anna e Maria Bambina, era collocata su un piedritto del ponte. Secondo alcuni il nome vero di questo luogo è El Sciantàne, qualcosa di rovesciato o di sparso (in dialetto “sciantanare” significa spargere in qua e in là senza ordine), in riferimento all’acqua che si disperde in mille rivoli; Sant’Anna sarebbe una storpiatura più recente del toponimo originario.

Alessandra Biagi

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