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Natale a Pianaccio

Pianaccio è un piccolo paese sull’Appennino bolognese, con una quarantina d’abitanti.
Durante i giorni che vanno da Natale all’Epifania si anima di gente, di feste e rappresentazioni tradizionali, legate soprattutto ai riti religiosi che affondano la loro origine a molti secoli addietro. Accanto a vecchi riti, ne vengono allestiti dei nuovi che poco hanno a che vedere con le tradizioni natalizie, ma sono legati soprattutto al consumismo ed al benessere del mondo moderno, non ultimo l'addobbo con luci colorate di un abete gigantesco che rimane illuminato per tutto il periodo delle feste.
I miei pochi ricordi di bambino di questo periodo (ho vissuto in paese fino all’età di cinque anni), sono legati soprattutto ai miei genitori, ora non più viventi, che pur non nuotando nella ricchezza (un eufemismo per dire che eravamo poveri), si facevano in quattro per vedere me e mia sorella Eva contenti e felici anche a costo di privarsi di cose indispensabili per loro.
Durante le ferie estive, mentre spaccava la legna per l’inverno, mio padre preparava la fa∫ella che poi sarebbe stata messa nel casone durante l’essiccatura delle castagne per asciugarla e seccarla bene e per bruciarla alla vigilia di Natale. Il perché nella Notte Santa viene bruciato un tronco davanti ad ogni casa è sconosciuto; si racconta che servisse per illuminare le strade dell’abitato in modo da rendere agevole il cammino della Madonna verso la chiesa. Attorno a questa fiaccola, illuminati da una luce spettrale le famiglie si riunivano per testimoniare l’appartenenza alla piccola comunità. I vecchi, osservando la direzione e del fumo, erano in grado di fare previsioni sui raccolti e sull’avvenire dei congiunti. Stranamente, da qualsiasi parte soffiasse il vento, il responso era sempre di un anno fertile e felice; d’altronde, considerando la vita grama, senza nessuna comodità e con poco o niente da mangiare, come si poteva in una notte allegra e santa come quella di Natale annunciare sventure e carestie? Una bugia era certamente giustificata e perdonata.
Il giorno della vigilia, il babbo faceva di tutto per trovare mille difficoltà ed imprevisti per farsi “aiutare” da me e da mia sorella per riempire la fa∫ella di carta, bacchetti e tacche in modo da fare una grossa fiamma. Era una vera e propria festa per noi bambini che, già dall’alba, avevamo cominciato ad assillare i genitori per i preparativi; ci davamo un gran d’affare generando solo un’enorme confusione.
Una volta accesa la fiaccola, il paese, che fino a pochi istanti prima era immerso nel buio più completo, si rischiarava assumendo l’aspetto di un presepe. La preoccupazione e l’impegno di noi piccoli, era quello di raccattare bacchetti e carta per alimentarla in continuazione; facevamo a gara con gli altri fanciulli a chi aveva la fiamma più bella e duratura. Io ero indaffaratissimo; speravano finalmente di potere giocare col fuoco seppure limitatamente e sempre sotto l’occhio vigile dei miei genitori che non lesinavano di dare le solite e scontate raccomandazioni.
Anche i miei genitori erano emozionati ma, per mantenere un certo contegno, cercavano di non far trasparire la loro gioia; vedevano la famiglia unita e felice in momenti in cui era abbastanza difficile sbarcare il lunario.
Era proprio una festa genuina e ruspante quando non c’erano molte possibilità di svago e, soprattutto per problemi economici, non era ancora diventato di moda scambiarsi sontuosi regali sotto l’albero. Le tradizioni natalizie proseguivano poi in chiesa; tutti i bambini davanti all’altare, dove era deposta una bella statua di Gesù Bambino, recitavano un sermone al termine del quale, gli adulti dal soppalco dell’organo gettavano ricchi doni (aranci, noci, noccioline e caramelle).
Tutto questo avveniva con la porta lasciata aperta per fare entrare la luce ed il calore del falò, acceso nella piazza, realizzato con le fascine donate dai paesani impilate accuratamente e ricoperte con rami di ginepro. Questa grossa fiamma, sempre a detta degli anziani, doveva servire a riscaldare il Bambinello che stava per nascere.
Il mio primo ricordo della recita avevo quattro anni e mia sorella cinque; la mamma ci aveva insegnato a pappagallo, un sermone di Natale. Io dissi, tutto emozionato, la mia breve poesia; m’impappinai più di una volta, ma riuscii in qualche maniera ad arrivare alla fine della mia fatica e, grande fu la gioia quando mi vidi premiato ugualmente anche dopo la rappresentazione poco brillante.
Mi ricordo ancora i primi versi di questa filastrocca:

Tutti vanno alla capanna / per vedere cosa c’è,
c’è un Bambin che fa la nanna / fra le braccia della Mamma…

Mia sorella invece aveva imparato una poesia lunghissima che raccontava le traversie di Giuseppe e Maria molte ore prima della nascita di Gesù. Iniziava in questo modo:

Consolati Maria / del tuo peregrinare
siam giunti! / ecco Betlemme ornata di trofei…

La mattina di Natale mio padre era il primo ad uscire nell’aia per prelevare i resti bruciacchiati della fa∫ella da mettere nel camino; portava fortuna e felicità alla casa.
L’ultimo giorno dell’anno le bambine si recavano presso tutte le abitazioni e auguravano una buona fine d’anno (el scurià). Il primo giorno dell’anno dovevano restare in casa poiché la tradizione vuole che gli auguri femminili portino sfortuna.
Il capodanno era riservato ai maschi. Noi fanciulli andavamo a porgere gli auguri in tutte le case ricevendo doni commestibili (aranci, mandarini, noci, ecc..). Questi piccoli tesori venivano portati ogni tanto a casa; la mamma li riciclava per fare i doni ai bambini che avrebbero bussato per gli auguri; ad alla fine del giro ognuno rimaneva in pratica con quel che i genitori avevano comperato.
Gli adulti invece giravano con una banda improvvisata, bevevano quanto era loro offerto ed in cambio offrivano al padrone di casa un liquore, preparato la sera prima, che si portavano in tasca in una bottiglia.
E’ facile immaginare il risultato degli auguri per tutto il paese fatti in questo modo. Al termine i suonatori avevano delle grosse difficoltà a tornare a casa con i propri mezzi.
Erano certamente bei tempi felici per me, forse perché i miei genitori erano presenti e appagati vedendo noi bambini allegri di quel poco che avevamo.
L’Epifania era la festa per eccellenza di noi piccoli; c’era l’attesa dei regali e la paura di ricevere del carbone! La sera della vigilia eravamo indaffarati ad attaccare le calze di lana di pecora al camino. Raccomandavamo a babbo e mamma di smettere di fare fuoco per non bruciare la Befana che sarebbe arrivata nella notte. Mentre stavamo facendo i preparativi mio padre, non visto, gettava delle noccioline su per il camino che ricadendo provocavano meraviglia ed emozione in noi bimbetti che guardavamo su per la cappa sperando e temendo di vedere la Vecchietta. 
Il mattino successivo sveglia all’alba, per correre in cucina a vedere i doni. C’erano poche caramelle, qualche nocciolina e immancabilmente un giocattolo, una carriola o un carretto per me fatto da mio padre. La mamma invece, per mia sorella, aveva cucito una bambola di pezza con molto corredo. Sicuramente avevano lavorato molto e di notte per non farsi vedere da noi e per non rubare tempo prezioso per il lavoro, ma erano appagati dalla nostra felicità nel trovare questi veri regali. Sul muro annerito del camino avevano fatto delle impronte, utilizzando delle ciabatte intinte nella cenere, e ci spiegavano che erano quelle della Befana che aveva faticato molto per risalire il camino.
Rovistando fra le vecchie fotografie ne ho trovata una con dietro la scritta “Bologna - Natale 1948”, ho tre anni. E’ la prima e una delle pochissime immagini della mia infanzia.

Siamo venuti a trovare zia Bice (la mamma di Enzo Biagi) che sta in Via Pietralata. Passeggiamo per la Montagnola, in una città priva di festoni e luminarie; il dopoguerra è duro per tutti. Io ho un cappottino striminzito, ricavato dalla mamma rivoltando una giacca vecchia del babbo, e una berretta di lana fatta ai ferri sempre da mia madre che, per mia sorella Eva, ha cucito un pellicciotto di pelli di coniglio. I miei genitori indossano dignitosamente un cappotto fuori moda.
Di quella breve vacanza mi è rimasto impresso nella memoria solamente il film Pinocchio di Walt Disney che mio padre ci accompagnò a vedere al cinema Astra, una sala ora scomparsa vicino alle Due Torri.
Non appena ho avuto un figlio, gli ho regalato la cassetta video con il cartone animato della marionetta di Collodi. Sono rimasto piacevolmente sorpreso nel costatare che l’avventura del burattino di legno lo appassionava moltissimo; rivedendo la pellicola, anch’io ritornavo con la mente a quei bei tempi per me spensierati.
Ora a distanza di tanti anni e con i miei genitori già morti da più di venti, quando arrivano le feste sono contento, con la mia famiglia unita e felice e con montagne di regali costosi a volte inutili; ma se ripenso ai tempi di quando ero bambino sono preso dalla nostalgia e ricordo come la gente viveva e si divertiva con niente ma contentissima di quel poco che possedeva.

Franco Franci

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