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La Fasella

FACELLA parola latina che significa intensa luce, torcia, fiaccola, tronco che brucia. Diminutivo di face  “bruciare”.
Nell’antichità venivano chiamate “facelle” le torce utilizzate per illuminare con una luce molto intensa gli avvenimenti particolarmente importanti della vita della comunità.
Il riferimento a questo tipo “di illuminazione” lo si  trova in molti poemi: l’Iliade, la Divina Commedia, l’Orlando Furioso, la Secchia Rapita.
Con il passare del tempo divenne una tradizione accendere fuochi soprattutto in occasione delle ricorrenze religiose ed in modo particolare nel periodo natalizio. Nelle regioni dell’Italia centrale questa usanza si è tramandata fino ai giorni nostri ed è diventata una caratteristica qualificante.
Anche a Pianaccio esiste questo rito e la fa∫ella è da sempre il simbolo del Natale; bruciarla è una consuetudine che si perde nel tempo, più antica delle stesse origini del paese. Gli anziani raccontano che già i primi abitanti del borgo, circa trecento anni fa, accendevano questi fuochi.
Il perché nella Notte Santa viene bruciato un tronco davanti ad ogni casa è sconosciuto; si racconta che servisse per illuminare le strade dell’abitato in modo da rendere agevole il cammino della Madonna verso la chiesa. Questa tradizione è talmente radicata nella popolazione che non è stata interrotta neppure durante l’ultima guerra nonostante, cisti e tedeschi prima e americani poi, tentassero in tutti i modi di vietarla perché segnalava la presenza del centro abitato.
E’ molto singolare il fatto che Monte Acuto e Lizzano, paesi vicini a Pianaccio, non conoscono questo rito anche se alcuni pianaccesi trapiantati un quelle realtà hanno portato con se questa usanza contagiando, anche se in piccola parte, i residenti.
La Fa∫ella La costruzione della fa∫ella iniziava in primavera durante il taglio della legna. I boscaioli sceglievano con cura il faggio dal quale ricavare, con accetta e pnado, un tronco alto come una persona. La difficoltà e l’abilità consisteva poi nell’aprirlo il più possibile all’estremità superiore senza spaccarlo. Per fare ciò, con una corda si serrava la parte inferiore e, con biette e mazza, si cominciava lentamente a creare delle fenditure nelle quali inserire progressivamente dei piccoli cunei di legno. Una volta ultimato, per stagionarlo, veniva messo al sole in vetta al gnaro (catasta della legna) e per completare l’opera, all’epoca della castgnidura era posto all’interno del casone durante l’essiccatura delle castagne.
La Notte di Natale, dopo aver costruito un piedistallo affinché il tronco potesse restare eretto davanti alla porta di casa, veniva riempito di trucioli, bacchetti, carta e di ogni cosa che potesse bruciare lentamente e fare nel contempo una grande fiamma.
I rintocchi dell’Ave Maria, erano il segnale per l’accensione simultanea delle fa∫elle.
Il paese, che fino a pochi istanti prima era immerso nel buio più completo, si rischiarava assumendo l’aspetto di un presepe.
Attorno a questa fiaccola, illuminati da una luce spettrale, si radunavano tutti gli abitanti della casa, testimonianza della loro partecipazione attiva nella piccola comunità. I vecchi, osservando la direzione e del fumo, erano in grado di fare previsioni sui raccolti e sull’avvenire dei congiunti. Stranamente, da qualsiasi parte soffiasse il vento, il responso era sempre di un anno fertile e felice; d’altronde, considerando la vita grama, senza nessuna comodità e con poco o niente da mangiare, come si poteva in una notte allegra e santa come quella di Natale annunciare sventure e carestie? Una bugia era certamente giustificata e perdonata.
I protagonisti principali di questa piccola e semplice festa erano i bambini che, fin dall’alba, avevano cominciato ad assillare nonni e genitori per i preparativi, dandosi un gran d’affare per aiutarli generando invece, nella maggior parte dei casi, solo una enorme confusione. Una volta acceso il fuoco, la loro preoccupazione ed il loro impegno, era quello di raccattare bacchetti e carta per alimentarlo in continuazione, facendo a gara con i loro coetanei a chi aveva la fiamma più bella e duratura. I più piccini erano indaffaratissimi, speravano finalmente di potere giocare col fuoco seppure limitatamente e sempre sotto l’occhio vigile dei genitori che non lesinavano di dare le solite e scontate raccomandazioni.
Anche gli adulti erano emozionati ma, per mantenere un certo contegno, cercavano di non far trasparire la loro gioia; vedevano la famiglia unita e felice in momenti in cui era abbastanza difficile sbarcare il lunario.
Era proprio una festa genuina e ruspante quando non c’erano molte possibilità di svago e, soprattutto per problemi economici, non era ancora diventato di moda scambiarsi sontuosi regali sotto l’albero. Le tradizioni natalizie proseguivano poi in chiesa; tutti i bambini, davanti all’altare, dove era deposta la statua di Gesù Bambino, cantilenavano il sermone imparato a pappagallo mentre gli adulti, al termine della recita, dal soppalco dell’organo gettavano ricchi doni (aranci, noci e caramelle). Tutto questo avveniva con la porta lasciata aperta per fare entrare la luce ed il calore del falò, realizzato con le cine donate dai paesani e acceso nella piazza. Questa grossa fiamma, sempre a detta degli anziani, doveva servire a riscaldare il Bambinello che stava per nascere.
La mattina di Natale il capofamiglia era il primo ad uscire nell’aia per prelevare i resti bruciacchiati della fa∫ella da mettere nel camino; portava fortuna e felicità alla casa ed ai suoi abitanti.
Ai nostri giorni a Pianaccio questi riti si rinnovano ancora e accomunano tutti nel continuare le tradizioni. I pochi paesani rimasti, si prendono l’impegno di preparare le fa∫elle anche per i cosiddetti “forasteri” (pianaccesi di nascita ma non residenti) che vengono a trascorrere le feste di Natale in paese. Con i moderni utensili meccanizzati esistenti, il lavoro di costruzione non comporta più le fatiche e il grosso dispendio di tempo dei nostri nonni; anche per bruciarle ci si aiuta con mezzi innovativi e non proprio ortodossi (diavolina, nafta, alcool). Le luminarie ed i festoni che addobbano ogni casa, attenuano notevolmente il chiarore emanato da queste torce che non è più intenso come nel passato ma, l’entusiasmo delle persone e l’agitazione dei bambini è ancora quello di una volta. I fanciulli non recitano più il sermone davanti al presepe; presi anche loro dalla frenetica vita moderna, non hanno più il tempo e la voglia per impararlo. Il falò continua ad essere acceso con ingredienti insoliti (gomme, nafta) e non più davanti alla chiesa “rovina l’asfalto della piazza”, ma vicino ad un abete alto più di 50 metri tutto illuminato.
Da qualche anno la Pro Loco, da sempre molto sensibile alla conservazione dell’identità del paese, ha istituito una specie di attestato da consegnare a tutte le persone che accendono la fa∫ella sperando così di contribuire alla salvaguardia di questa usanza. E’ certamente poca cosa, ma speriamo serva a spronare sempre più persone affinché questa bella e suggestiva tradizione non vada ad accrescere il folto numero di quelle già scomparse.
Nei paesi del nostro Appennino, dove le usanze ed i modi di vivere di una volta vanno pian piano scomparendo, bisogna dire grazie a tutte le persone che si impegnano per tramandare alle generazioni future l’amore per le cose semplici ed antiche che sono il vero grande patrimonio culturale delle minuscole comunità che va salvaguardato e protetto.

Franco Franci

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