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La Centrale di Pianaccio

Nel corso dei secoli, l’uomo ha sempre sfruttato la forza dell’acqua per generare energia ed alleviare così le proprie fatiche nei lavori quotidiani.
Alessandra Biagi mi ha consegnato un elenco del 1982, redatto da Giovanni Carpani, in cui risulta che, sui fiumi Dardagna e Silla e sui loro affluenti nella zona del Belvedere, il numero delle macchine azionate dall’acqua, in maggioranza mulini, è di una sessantina; cinque nel solo territorio di Pianaccio: “Molìn ed Sanbbuccìon, Molìn Bianco, Molìn ed Sant’Anna, Molìn d’la Cro∫e, Molìn Vectìo o d’Sant’Antòggno”
Nel mulino, l’edificio più importante della comunità dopo la chiesa, si ricavava, da ogni tipo di cereali, la farina per la povera alimentazione dei montanari.
Nel corso del tempo e con l’avvento della modernità, il destino di questi edifici è cambiato. Alcuni sono stati trasformati in complessi produttivi diversi come centrali, ferriere, segherie, officine. Altri sono caduti in disuso e abbandonati pur conservando la loro forma originale. La triste sorte della maggior parte però è stata il declino ed il crollo. Per molti, purtroppo, rimane traccia solo nei ricordi verbali tramandati dagli anziani. Qualcuno, ma si contano sulle dita di una mano, è stato recentemente restaurato a ricordare tempi passati di duro lavoro.
La struttura del mulino, molto semplice, è composta di una presa sul fiume munita di paratie,da una gora d’ingresso e, se necessario, da una vasca di carico (bottaccio), da una ruota a pale mossa dall’acqua per fare girare le macine, da un canale di deflusso.
Un’architettura di questo tipo è la stessa che serve per produrre energia elettrica, usando la potenza dell’acqua in caduta.
Per questo motivo, alla fine dell’800 con lo sfruttamento dell’elettricità per scopi industriali e in piccola parte per illuminazione, anziché costruire nuovi complessi si utilizzano gli impianti molitori, alcuni già dismessi, affiancando alle macine le turbine, La Centrale le dinamo e gli alternatori per produrre forza motrice a corrente continua e alternata, evitando così anche il girone infernale dantesco della burocrazia per la richiesta di nuove captazioni e utilizzo delle acque demaniali.
Con la Grande Guerra, per mantenere un livello di produzione elevato e non lasciare i nostri soldati privi d’armi, munizioni e mezzi, si ha una pressante ed insistente richiesta d’energia elettrica da parte dell’industria. In quegli anni terribili, in tutto il territorio nazionale si dà inizio allo smantellamento progressivo dei mulini e la loro conversione massiccia in centrali idroelettriche per sopportare lo sforzo bellico.
Terminato il conflitto, il governo impiega il sovrappiù d’energia resasi disponibile per le minori necessità del tempo di pace, per l’ammodernamento della Nazione. Iniziano grandi progetti d’investimento per incrementare l’illuminazione nelle abitazioni dei privati cittadini e nelle strade dei centri urbani. Prima le grandi città poi, lentamente, nei piccoli borghi.
Anche il minuscolo Pianaccio rientra, seppure con molto ritardo, in questo programma.
La luce elettrica, infatti, arriva in paese solo nel 1924. E’ fornita dall’impianto realizzato nel 1911 all’interno del Molìn d’la Squàia su fiume Baricello; quest’installazione alimenta anche Monteacuto e Castelluccio. Per arrivare all’abitato, i cavi attraversano i boschi fissati agli alberi; solo quando necessita, sono utilizzati rudimentali pali ricavati dai tronchi delle piante.
Poco a valle della confluenza del fosso Bagnadori nel Silla, nei pressi del cimitero di Pianaccio sulla strada mulattiera per Lizzano, c’è il mulino di Sant’Anna. Sin dall’inizio del 900, in quest’edificio, si macinano castagne, marzòlo (orzo) e grano per i paesani e per tutte le comunità circostanti.
Nel 1933 il proprietario, il pianaccese Alfonso Biagi, interessato all’enorme sviluppo che sta avvenendo in campo elettrico e intuito l’affare, fa richiesta di affiancare alle tre macine, due gruppi turbina-dinamo per produrre elettricità a corrente continua, e fornire così luce al paese e alla frazione di Fiammineda.
Nel 1937, in un programma d’organizzazione nazionale dettato dell’autarchia, tutti gli impianti della valle del Silla sono acquistati dalla Società Limentra.
Bottaccio, paratie, edificio, canale di deflusso del complesso pianaccese sono interamente ricostruiti. La sala macchine, è equipaggiata con turbine di tipo Francis per basse cadute d’acqua (circa sette metri di salto), con l’aggiunta di un alternatore per la produzione di corrente alternata e con l’installazione di nuove attrezzature per il controllo.
Nel 1939 la Limentra cessa l’attività e il complesso è assorbito dalla Società Bolognese d’Elettricità.
Lunedì 10 giugno 1940.
L’Italia dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia.
Un conflitto non voluto dal popolo, condiviso da pochi e firmato da uno solo!
Le manie di grandezza e d’onnipotenza di Mussolini, abbagliato dalle strepitose vittorie tedesche, trascinano la Nazione nella tragedia.
Il ciclone che fino all’ultimo istante tutti gli italiani di buon senso hanno sperato di evitare, c’investe in pieno e ci travolge.
Inizia un lungo Calvario di rovine e di morti.
I nostri soldati, male equipaggiati e peggio comandati, vanno a combattere e a morire sulle montagne infangate della Grecia e dell’Albania, nella sterminata steppa gelata della Russia e sulla sabbia infuocata del deserto del Sahara in Africa. Sui mari l’incompetenza degli ammiragli, il mancato coordinamento fra marina e aviazione e la scarsità di mezzi, completa il quadro tragico della situazione.
La popolazione è volontariamente arruolata sul fronte interno per compiere tutti i sacrifici necessari, a volte impossibili, per “Vincere!”.
Arriva la tessera annonaria per il razionamento alimentare e comincia quello economico.
La piccola centrale del paese rientra ovviamente nei programmi di ristrettezze civili ed è requisita per produrre energia per lo sforzo bellico nazionale. La già scarsa elettricità erogata nelle case del villaggio è fortemente limitata solo per poche ore il giorno. Per rendere meno tristi le ore serali, s’illuminano le case alla meno peggio. Tornano di moda le candele e, da cantine e soffitte, vengono rispolverate le vecchie lumiere a petrolio.
Dopo il tragico Armistizio dell’8 settembre 1943, l’impianto è gestito da tecnici della Repubblica di Salò controllati dall’occupante tedesco. Nessuno di loro esiterà un solo istante a svignarsela a gambe levate alle prime avvisaglie di pericolo.
Percorso per raggiungere la presa d’acqua sul fiume Per la popolazione del borgo, le restrizioni, se è possibile, si fanno ancora più pesanti.
Poi si darà inizio anche alla carneficina fra italiani.
Una brigata partigiana Garibaldi della divisione Modena-Montagna comandata da Armando (Mario Ricci) proveniente da Montefiorino e rimasta per quasi due mesi accampata alla macchia sui monti della Riva, è attaccata dai tedeschi che intendono scacciarla dalla Linea Gotica. Le forze d’Armando abbandonano la posizione e dopo una lunga marcia notturna il 26 settembre 1944 occupano Pianaccio; i pianaccesi accolgono festosamente i liberatori, li rifocillano e li ospitano per la notte.
Purtroppo quella dei patrioti è una presa di possesso effimera ed insicura; un grosso presidio della Wermacht è a Lizzano pronto ad intervenire per compiere azioni belliche e rappresaglie anche nei territori liberati.
I paesani, che hanno sperato nella fine della guerra, delle uccisioni e delle vendette, devono ricredersi in fretta. Il giorno seguente, infatti, riecheggia per la valle il grido che molte volte ha terrorizzato, e messo in fuga la popolazione:
“Scapàdi! I’arìvane ì tedèschi!!”.
In previsione di un’eventuale ritirata dalla Linea Gialla della Gotica, il comando delle forze d’occupazione ha impartito l’ordine di distruggere i ponti, le strade e tutte le infrastrutture produttive della zona per ostacolare il più possibile l’avanzata degli Alleati. Anche Pianaccio deve subire le conseguenze della terra bruciata. La piccola centrale elettrica, nel mirino dell’invasore, deve essere completamente abbattuta o resa inutilizzabile per molto tempo.
In realtà i tedeschi che arrivano sono solo due, partiti da Lizzano a bordo di un sidecar, per demolire l’impianto.
Tutti gli uomini, fra di loro anche mio padre, fuggono e si rifugiano nei campi di Fiammineda. Da lassù possono vedere lo svolgersi dell’operazione. I partigiani dimostrano buonsenso e ritornano nei boschi da dove sono venuti; anche se l’esito del combattimento è scontato, non vogliono causare problemi alla comunità, certi di una sicura rappresaglia contro gli abitanti del villaggio.
I militari sanno che la zona è controllata dai ribelli e, per non essere disturbati nella loro azione, arrivati in paese prendono in ostaggio bambini e donne, una delle quali ha il rosario arrotolato fra le mani e prega in continuazione esortando gli altri prigionieri ad unirsi a lei per evitare una brutta fine.
Nell’edificio della centrale, oltre alle turbine e alle macchine per l’energia elettrica, è ancora in funzione il mulino abitato dal mugnaio con la sua famiglia. I tedeschi gli permettono, aiutato dalle persone catturate, di sgomberare i mobili dall’interno della dimora mentre loro, con tutta la calma necessaria ma con maniacale pignoleria teutonica, minano le macine, le turbine, l’alternatore, l’edificio, il bottaccio, le paratie.
Ultimata l’operazione, la pattuglia libera i prigionieri, innesca l’esplosivo, si allontana, comanda la deflagrazione che manda tutto in frantumi e, senza problemi, rientra al comando.
I paesani da Fiammineda vedono, angosciati, i pezzi dell’edificio volare per aria e spargersi tutt’intorno.
Fra loro c’è un partigiano, una testa calda, sempre pronto a menare le mani anche per futili motivi, soprattutto se si sente spalleggiato ed in maggioranza. Dice di non avere paura di due tedeschi; lui scende in paese per farli fuori e chi non è un vigliacco può seguirlo. I presenti, persone di buon senso, a sentire queste minacce immobilizzano il malcapitato con una serie di schiaffi e pugni promettendogli, se si muove, di ucciderlo; vogliono evitare una rappresaglia che farebbe del paese un mucchio di pietre fumanti ricoperte di morti.
Quando sono sicuri che i tedeschi si sono allontanati, gli uomini da Fiammineda s’incamminano per ritornare alle loro case; passando davanti all’osteria a Pianaccio Vecchio, si fermano per brindare allo scampato pericolo.
Mentre, rilassati, sono impegnati a bere e a rallegrarsi, dalla piazza arriva di corsa un ragazzo trafelato che grida:
“Corìdi, corìdi! In ch’èl mèntre chè vuàltri à stàdi lì a bèe, a Cà di Bèrna i tedèschi i’amàzzane tùtti!”.
La bevuta è interrotta bruscamente; alcuni dei presenti, assieme ai partigiani rientrati in paese, si precipitano a prendere le armi per recarsi sul luogo a difendere la popolazione inerme.
Ma per giungere a Cà di Berna da Pianaccio, occorre almeno un’ora di buon cammino per i boschi e quando arrivano sul luogo tutto è tragicamente finito.
La rappresaglia tedesca dopo uno sciagurato ed inutile agguato partigiano è brutale! Esecuzioni sommarie; i sopravvissuti radunati in un edificio e finiti con bombe a mano! Il borgo è dato alle fiamme! Il tragico bilancio della strage in quel piccolo e tranquillo agglomerato di case incassato fra i monti è di 29 persone barbaramente trucidate; donne, vecchi e bambini.
I tedeschi, inseguiti dai soccorritori che vogliono vendicare i caduti, nel frattempo si sono diretti verso Poggiolforato. Altre vittime e altri roghi. Il comandante Armando in persona per timore di una più feroce carneficina a Vidiciatico, ordina ai partigiani di non intervenire. Grazie anche alla mediazione del parroco don Giuseppe Tabellini, per fortuna questa volta gli abitanti del paese se la cavano con un brutto spavento, qualche pesante pestaggio e con la razzia dei loro pochi e poveri averi.
Finalmente nella primavera del 1945, dopo cinque lunghi anni d’innumerevoli lutti e rovine, le armi tacciono.
Nei mesi estivi il bacino diventa la piscina per paesani e villeggianti Finita la guerra, la centrale semidistrutta di Pianaccio, è acquistata dalla ditta Pietro Galliani di Vergato, ed utilizzata come opificio per la fusione dei metalli.
Vengono fatte alcune opere di pulizia e di ristrutturazione parziale della presa sul fiume e delle paratie, del bottaccio e dell’edificio, all’interno del quale, recuperate fra i rottami di una centrale dismessa, sono risistemate le turbine e l’alternatore per la produzione d’energia elettrica necessaria all’attività.
Le macine in sasso del mulino, andate distrutte dall’esplosione, non sono più rimpiazzate.
Per fare funzionare l’impianto, il bottaccio è mantenuto sempre al massimo livello. La sorveglianza è inesistente perché il complesso non è più sotto il controllo di un’autorità civile o militare, così nei mesi estivi questo piccolo bacino diventa la piscina per ragazzi e ragazze, paesani e villeggianti. L’acqua, anche se meno di quella del fiume, è molto fredda ma è calma e più profonda dei molti pòzzi del fosso.
Sul tetto, sulla terrazza dell’edificio e sui grandi sassi del fiume, le signorine in costume da bagno si distendono sugli asciugamani al sole per abbronzarsi un po’.
In un paese senza nessun tipo di svago, per dei giovani pieni di vita e con la voglia di divertirsi, quel minuscolo specchio d’acqua e quel luogo sono una manna dal cielo. Il bottaccio e la pietraia del torrente diventano il lido di Pianaccio.
A noi bambini le mamme proibiscono di immergerci in quelle acque gelide e profonde. Per aggirare il divieto e non bagnare gli indumenti, ci tuffiamo completamente nudi. Però la nostra marachella è quasi sempre scoperta; quando torniamo a casa abbiamo la pelle vìzza e di colore violaceo.
Alla fine degli anni 60 la manifattura Galliani, pur mantenendo la proprietà dell’impianto, termina l’attività ed il complesso, smantellato, è lasciato nella più totale incuria.
Il fabbricato, nel corso degli anni, diventa così rifugio occasionale per coppiette in cerca di un po’ d’intimità, riparo temporaneo per senzatetto, e meta preferita per atti vandalici dei ragazzi.
Successivamente si sono fatti molti interventi di ristrutturazione delle opere murarie e di ripristino dei macchinari, ma tutto si è risolto in un nulla di fatto e con inutili e onerosi sperperi di denaro pubblico.
Macchinari per la generazione d’energia elettrica Dal paese, scendendo per la mulattiera che passa davanti al cimitero e che porta verso il fiume, si possono vedere i resti dell’impianto. Il complesso oggi però è difficilmente accessibile. Per evitare che qualche intruso si possa far male, una recinzione di rete metallica e filo spinato lo circonda da tutti i lati e le entrate sono inibite da porte di ferro e cancelli con catene e lucchetti.  L’edificio esternamente è diroccato e cadente e il fiume ha eroso le fondamenta in profondità e reso il tutto pericolante. Nell’interno sono ancora visibili, ma in completo stato d’abbandono, le turbine, l’alternatore e altri macchinari utili per la generazione d’energia elettrica.
Per vedere il bottaccio, da còm’l’è infrattà, bisogna ricordarsi dov’era e il suo percorso.
Nell’alveo è cresciuto di tutto! Alberi, sterpi, rovi, piante rampicanti ma anche lavatrici, frigoriferi, lavandini, cèssi rotti, urinàli e altri rifiuti d’ogni genere; una e vera e propria discarica a cielo aperto. I suoi muri, completamente dissestati, sono per alcuni tratti addirittura crollati.
La presa d’acqua sul fiume è semisommersa da sassi, tronchi d’albero e detriti portati dalle piene del fiume; per raggiungerla occorre fare un vero percorso di guerra su un pogètto scosceso, sotto èl srètto del camposanto, in mezzo ad una fitta vegetazione di vizzàdri e stroplìn, con il rischio di rovinose cadute.
Rami secchi, raggiàì, cisti ed ortiche nascondono ed aggrovigliano i meccanismi, completamente arrugginiti, delle paratie; nemmeno agendo con lunghe leve è possibile smuoverli.
Meccanismi delle paratie In un momento di crisi energetica come l'attuale, sarebbe molto meglio che i nostri politici, a prescindere dal colore della camicia indossata, anziché riempirsi la bocca di paroloni come energia alternativa, fonti rinnovabili, pale eoliche, pannelli solari, nucleare sì nucleare no, si rimboccassero le maniche e, sollecitando la proprietà e gli organi competenti, aprissero i cordoni della borsa stanziando un pò di soldi per rimettere in funzione il nostro piccolo gioiello e tanti altri come questo, sparsi per tutta l’Italia, lasciati nell’incuria e nell’abbandono. Darebbero un contributo a diminuire la nostra dipendenza da altri paesi per l’approvvigionamento d’energia.
A Porchia, pochi chilometri dal borgo, recentemente è stata ristrutturata e tornata in esercizio operativo, una centrale simile per dimensioni a quella di Pianaccio. Quest’impianto è in grado di produrre energia che, nel suo piccolo, contribuisce al fabbisogno nazionale.
D’accordo è una piccola goccia, ma i fiumi, i mari e gli oceani sono pieni di piccole gocce!

Franco Franci

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