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La Castgnidura

La castgnidùra è il periodo dell’anno dedicato alla pulizia dei castagneti, alla manutenzione dei casoni e alla raccolta delle castagne. Il dolce frutto è stato per parecchie generazioni, se non il principale, certamente il più importante sostentamento alimentare della popolazione della montagna. Bollito in molti modi, fresco con scorza (balotti), spellato (sarbolòn), secco (castagnne cotte), o arrostito nel camino con padelle bucate (frujà). Con la sua farina si fanno ciacci fra le piastre del tiaròlo o con gli stampi, frittelle, polenta, castagnacci arricchiti con qualche gheriglio di noce ed alcuni pinoli trovati nei boschi.
Stampi per fare i ciacci Legata alle castagne naturalmente non può mancare una tradizione della quale non si conoscono né le origini né tanto meno il motivo. La notte fra il 24 e il 25 gennaio (S. Paolo dìi sèggni), le ragazze da marito cuociono la farinàda, una specie di crema fatta con farina mescolata ad acqua, che mettono poi a raffreddare sul davanzale della finestra. Il mattino successivo, interpretano con fantasia le screpolature generatesi nel rapprendimento, certe di vedere raffigurato il mestiere del futuro marito.
Sono tempi molti duri e sbarcare il lunario non è semplice; tutti i componenti la famiglia, nessuno escluso, sono coinvolti nei lavori per tutta la stagione. L’esito del raccolto vuole dire un anno d’abbondanza o di carestia alimentare; per molti, nell’attesa di fare qualche giornata di lavoro, può significare la diminuzione del conto presso le botteghe dove si “segna” acquistando generi di prima necessità sulla parola.
La castgnidura comincia in primavera; si scamajàno (potano) i rami dei castagni e si tagliano i pollòn (germogli indesiderati). Ad estate inoltrata, per agevolare il raccolto e renderlo più rapido, si pulisce il bosco; con il falcetto si armonda (taglia) erba ed arbusti, col rastrello si raccoglie il tutto e si brucia nelle piazze da carbone. C’è poi da sostituire con quelle danneggiate e costruire nuove roste, solchi trasversali al castagneto fatte con picchetti conficcati nel terreno intrecciati con arbusti e ricoperti di una mescola di foglie, erba e terra; hanno il compito di fermare i cardi (ricci), ed impedirgli di rotolare a valle.
Il Tiaròlo Ad occuparsi di questo sono prevalentemente le donne ed i giovani, mentre gli uomini fanno la manutenzione del casone, ricostruiscono il gradìccio e procurano la legna necessaria per l’essiccatura. Per recarsi nel bosco, si parte al mattino di buon’ora e se piove ci si ripara alla meno peggio con sacchi di juta che coprono, come possono, la testa e le spalle.
Quando i cardi cominciano a crodàa (cadere), con il rastrello vengono radunati nelle roste e battuti per aprirli. Tolti i ricci vuoti, rimangono le castagne che possono essere raccolte agevolmente ed in modo selettivo separandole, in differenti sacchetti legati alla cintura, per tipo (salvàn, pastanese, lòjole) e per dimensioni.
Il raccolto si protrae per parecchi giorni e anche i bambini piccoli, con loro disappunto, sono coinvolti; quelli in fasce, se non si ha la possibilità di lasciarli a casa con qualche nonno, sono portati nel castagneto e sistemati in un luogo pianeggiante dentro a ceste o cassette.
Alcune famiglie vanno anche a òvvra,effettuano cioè il raccolto per conto terzi ricevendo parte di esso come compenso.
Finita la colta, ai fanciulli tocca il compito più sgradito d’andàa da fàtto, eseguono la “spigolatura” per non lasciare nessun frutto nel bosco. La pesatura è fatta con unità di misura particolari:
El panèro (circa 12 Kg.).
El bgòncio (3 paneri) (circa 36 Kg.).
La corba (6 bgonci) (poco più di 2 quintali).
La capienza dei casoni, espressa in corbe, sta ad indicare quante castagne si possono essiccare in una sola tornata.
Le fatiche degli uomini hanno termine alla fine del raccolto, poi essi partono per recarsi in Maremma o in Sardegna, zone dal clima più mite, a fare i boscaioli o i carbonai. Da questo momento donne, vecchi e bambini si fanno carico di terminare il lavoro.
Le castagne, in uno strato di circa un metro, sono distese sul gradiccio sotto al quale viene fatto ardere un fuoco per quaranta giorni e quaranta notti, bisogna rivoltarle periodicamente per esporle alla stessa quantità di calore ed essiccarle tutte; quelle parzialmente secche (lentòn), sono una maledizione per il mugnaio, impastano le macine e lo costringono a sospendere la macinatura per pulirle.
Per non fare fiamma, che brucia i frutti che rendono amara la farina, si ricoprono i tronchi con l’olva (scorza delle castagne degli anni precedenti); si ottiene così una combustione controllata fatta di sole braci che danno un calore lento e costante.
Durante questo periodo tutt’intorno al paese si notano colonne di fumo che s’innalzano dai molti casoni sparsi nei boschi.
Terminata l’essiccatura bisogna togliere la buccia dai frutti (pistadùra). Riempiendo il bgòncio di castagne e battendole con la stanga, un palo con un’estremità munita di una corona di ferro dentata, si sminuzza la scorza. La Vassora Gettando poi in aria il miscuglio ottenuto, utilizzando la vassora un contenitore ricavato scavando un tronco di legno, si separano per ventilazione i frutti dall’olva. Si ottiene 1 Kg di castagne secche ogni 3 Kg di quelle fresche.
Il raccolto essiccato e pulito viene messo nei sacchi e trasportato al mulino dove si utilizza la forza dell’acqua del fiume per fare muovere le grosse macine in sasso. La macinatura non si paga in danaro; per ogni quintale di farina, il mugnaio ne tiene per sé una parte denominata molènda (circa 4 Kg.).
La farina, scorta alimentare che deve durare fino al prossimo raccolto, viene pressata in enormi casse poste all’interno delle cucine.
Dopo la guerra, per alleviare la fatica e per completare il lavoro in minor tempo, la battitura viene eseguita con una macchina. Macchina per la battitura Ogni paese ne possiede una che, smontata in pezzi, è trasportata a spalle dai paesani sull’aia dei vari casoni disseminati nei boschi.
Se guardata con gli occhi di oggi, quando non è più necessario faticare tanto per procurarsi il cibo, la stagione della castignidura appare come un periodo suggestivo. Tutti i paesani sono come i componenti di un’unica grande famiglia e si aiutano l’un l’altro; i paesi si trasformano in immensi formicai con le persone indaffarate a procurarsi le provviste per l’inverno. I boschi, mantenuti puliti ed in ordine sono giardini, piacevoli da osservare e da girare anche se i proprietari, giustamente, non  permettono a nessuno di raccogliere; per loro si tratta di sopravvivenza.
il bgòncio Con il sopraggiunto benessere che ha migliorato il tenore di vita, la popolazione della montagna fortunatamente non ha più la necessità di raccogliere castagne per sfamarsi. I castagneti, lasciati incolti, sono diventati impenetrabili, invasi dai rovi e dalle sterpaglie. Gli alberi, non più curati, anche se con fatica danno ancora frutti che sono diventati il pasto preferito degli animali del bosco, soprattutto cinghiali.  I casoni abbandonati e privi di manutenzione stanno crollando ad uno ad uno. Un altro pezzo della civiltà montanara se n’è andato.
Anche se più per amor proprio che per necessità ed aiutandosi con tutti i mezzi che la tecnologia mette a disposizione al giorno d’oggi, qualche anziano continua ancora quest’opera.
Gli attrezzi, parte importante di questo mondo ma simbolo per molti di miseria, non ci sono più; distrutti e bruciati dai proprietari o venduti a pochi soldi, quasi ci si dovesse vergognare di averli usati. La generazione figlia dell’immediato dopoguerra, ha vissuto in piccola parte questo mondo e ha assistito alla sua agonia.
Nel taslòn (solaio), in mezzo ad un mucchio di stramàzzi abbandonati e polverosi, qualcuno ha  ritrovato vassore, stanghe, bigonci, rastrelli che, dopo avere restaurato con cura, ha messo in bella mostra in casa per ricordare un tempo ed un mondo scomparso non molto tempo fa ma già così lontano; sicuramente duro, quando la gente aveva difficoltà a mettere assieme il pranzo con la cena, ma fatto di cose semplici e genuine lontano dalla frenesia della vita moderna.

Franco Franci

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