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ProLoco Pianaccio

PRO LOCO PIANACCIO

Curiosita'

La Castgnidura a Pianaccio

di Franco Franci

El casòn
El casòn

La còlta

 Il castagno, che invade completamente i boschi dei nostri monti, è originario dell'Asia, ed è presente nell'area Mediterranea da tempi remoti. Sono i Romani a diffondere la cultura di questa pianta anche nei paesi da loro conquistati nel nord dell'Europa.
Il dolce frutto del castagno è stato per parecchie generazioni, se non il principale, certamente il più importante sostentamento alimentare della popolazione della montagna; bollito in molti modi, fresco con scorza (balòtti), spellato (sciarbolòn), secco (castàgnne còtte), o arrostito nel camino con padelle bucate (frujà).
Con la sua farina si fanno ciàcci fra le pietre del tiaròlo o con gli stampi, frittelle, polenta, castagnacci arricchiti con qualche gheriglio di noce ed alcuni pinoli trovati nei boschi. Sono tempi molti duri e sbarcare il lunario non è semplice; tutti i componenti la famiglia, nessuno escluso, sono coinvolti nei lavori per tutta la stagione.
L'esito del raccolto vuole dire un anno d'abbondanza o di carestia alimentare; per molti, nell'attesa di fare qualche giornata di lavoro, può significare la diminuzione del conto presso le botteghe dove si "segna" acquistando generi di prima necessità facendo segnare l'importo su un quadernetto dalla copertina nera o madreperlata verde.
Il periodo dell'anno dedicato alla pulizia dei castagneti, alla manutenzione dei casòni e alla raccolta delle castagne e detto la castgnìdùra che comincia in primavera quando si scamajàno (potano) i rami dei castagni e si tagliano i pollòn (germogli indesiderati).
Ad estate inoltrata, per agevolare il raccolto e renderlo più rapido, si pulisce il bosco; con l'armondadòra (falcetto) si armònda (taglia) erba ed arbusti, col rastèllo (rastrello) si raccoglie il tutto e si brucia nelle piazze da carbone.
Si ripristinano quelle danneggiate e si costruiscono nuove ròste, solchi trasversali al castagneto fatte con picchetti conficcati nel terreno intrecciati con arbusti e ricoperti di paltrìccia, una mescola di foglie, erba e terra; hanno il compito di fermare i càrdi (ricci), ed impedirgli di rotolare a valle.
Ad occuparsi di questo sono prevalentemente le donne ed i giovani, mentre gli uomini fanno manutenzione al casòne, ricostruiscono il gradìccio e procurano la legna necessaria per l'essiccatura.
Per recarsi nel bosco, si parte di mattino di buon'ora e con qualsiasi tempo. Se piove ci si ripara alla meno peggio con sacchi di juta che coprono, come possono, la testa e le spalle.
Quando i càrdi cominciano a crodàa (cadere), con il rastèllo sono radunati nelle ròste e battuti per aprirli. Tolti i ricci vuoti, rimangono le castagne che sono raccolte agevolmente ed in modo selettivo separandole, in differenti sacchetti legati alla cintura, per tipo (salvàn, pastanèse, lòjole) e per dimensioni.
Un detto popolare recita:
"In t'èl càrdo e jè tre castàggne, ùnna pr'èl padròn, ùnna al contàdin e ùnna pr'èl povrètto".
Il raccolto si protrae per parecchi giorni e anche i bambini piccoli, con loro disappunto, sono coinvolti; quelli in fasce, se non si ha la possibilità di lasciarli a casa con i nonni, anch'essi impegnati nella còlta, sono portati nel castagneto e sistemati in un luogo pianeggiante dentro a ceste o cassette.
Per i paesani, molto gelosi dei propri appezzamenti di bosco (in t'èl mè) faticosamente puliti, l'invasione da parte di altri è considerata un'offesa, causa di grosse liti, d'inimicizie e faide fra le famiglie.
Il raccolto termina normalmente il giorno di San Martino (11 novembre). Dopo tale periodo, suggerito immancabilmente da un proverbio, è permesso a tutti di raccogliere senza nessuna limitazione:
"Per San Martin en' gnè più confìn".
Finita la colta, ai fanciulli tocca il compito più sgradito d'andàa da fàtto, eseguire la spigolatura per non lasciare nessun frutto nel bosco.
La pesatura delle castagne è fatta con unità di misura particolari:

El panèro

circa 12 Kg

El b'gòncio

3 panèri, circa 36Kg

La còrba

6 b'gònci, poco più di 2 quintali

La capienza dei casòni, espressa in còrbe, sta ad indicare quante castagne si possono essiccare in una sola tornata.
Le fatiche degli uomini hanno termine alla fine del raccolto, poi partono per recarsi in zone dal clima più mite, a fare i boscaioli o i carbonai. Da questo momento donne, vecchi e bambini si fanno carico di terminare il lavoro.

La còlta L'essiccatura

 La castagna, frutto non privo d'acqua, per essere macinato e ottenere la farina, deve essere essiccato con un lento processo in edifici costruiti per questo scopo: i casòni.

Il casòne

Dal vocabolario della lingua italiana, METATO, dal latino meta "catasta":
"Edificio realizzato in sasso destinato all'essiccazione delle castagne che, accumulate sul graticcio, sono sottoposte a moderato calore".
Costruito una zona facilmente accessibile, in un posto abbastanza pianeggiante o in una radura.
A due piani, interamente in sasso e malta, un impasto di terra e pochissima calce, normalmente aveva un lato addossato ad un terrapieno, naturale od artificiale, alto tanto da poter arrivare al piano superiore. Su questa parete c'era l'apertura (fnèstra ed càrgo), per caricare le castagne sul gradìccio, senza l'ausilio di una scala. La dimensione del casòne variava in base all'estensione del castagneto e alla quantità di castagne da essiccare.
Parte integrante del casòne era il portico (pòrdgo); nella nostra zona tutti ne hanno uno a lato della porta d'ingresso o, raramente, sulla parete frontale. Era il posto per accumulare la legna per l'essiccatura e la scorza del frutto (òlva).

El casòn
El casòn

La particolarità della struttura del casòne sta nel solaio (gradìccio) che divide i piani. Posto a circa due metri da terra, fatto d'asticelle rimovibili in legno (arèlle), appoggiate su travi ad una certa distanza le une dalle altre per permettere al calore di arrivare fino al piano superiore ma tale da impedire alle castagne di cadere sul fuoco.
In alcune zone dell'Appennino fino alla metà del secolo scorso il casòne era parte integrante dell'abitazione. Il locale sotto al gradìccio, destinato al fuoco per l'essiccatura, sostituiva la cucina ed era in pratica il salotto, dove ci si ritrovava per la veglia, luogo d'aggregazione per gli abitanti del borgo. Ci si sedeva su sedie basse in modo da poter beneficiare del calore, stando di sotto al livello del fumo. Al tepore delle braci si raccontavano storie che sono ancora oggi tramandate dai paesani. Lungo i muri erano costruite anche panche in muratura.
A Pianaccio, borgo montano circondato da numerosi castagneti, i casòni sparsi per i boschi erano moltissimi, quasi tutte le famiglie ne avevano uno nel castagneto di proprietà; alcuni di questi manufatti, pur non facendo parte integrante dell'abitazione, erano stati costruiti anche in paese e, in un secondo momento, convertiti a magazzino attrezzi o a ripostiglio.
Alcuni addirittura sono stati trasformati in abitazioni, ovviamente dopo un intelligente restauro.
Nella nostra zona il metato è comunemente chiamato casòn ed è il re incontrastato dei boschi, anello fondamentale della castgìdùra. Alcuni erano in funzione ancora negli anni '50.

El gradìccio
El gradìccio

Di parecchi conoscevo ubicazione e proprietari, avendoli visti da piccolo, quando giravo per sentieri facendo la guida ai villeggianti che accompagnavo per escursioni nei boschi. Diversi li ho incontrati con mio padre quando, già grandicello, andavo con lui a funghi.
Di altri invece non sapevo neppure l'esistenza e sono riuscito a trovarli, non senza difficoltà, grazie alle preziose indicazioni di paesani che mi hanno aiutato in questa mia impresa. Già durante il mio pellegrinare, molti di questi edifici erano crollati e di loro restava sul terreno solo un mucchio di sassi e travi spezzate. Taluni erano in precarie condizioni e certamente nel giro di pochi anni saranno definitivamente caduti al suolo.
Di quelli che ho trovato intatti, alcuni sono stati ristrutturati dai proprietari mentre altri, completamente abbandonati, presentavano gravi lesioni e sicuramente in poco tempo, quando la pioggia comincerà a passare sotto le piàggne, si ridurranno ad un accumulo di macerie, cancellando così tutte le tracce di una civiltà montanara scomparsa per sempre.
Sui casòni, come sulle case di abitazione, si trovano spesso delle incisioni. Questi graffi sono di solito le iniziali del proprietario, la data di costruzione o simboli religiosi. Qualche volta, sistemate in piccole nicchie c'erano delle immagini religiose ora ridotte in frammenti o trafugate.
In uno ho trovato una curiosità. Il bancale di un finestrino al secondo piano riporta una scritta che non sono riuscito a decifrare sul luogo. Solo dopo aver sviluppato la foto ho capito. E' una data, sicuramente incisa quando il bancale era ancora a terra, ma nel collocarlo sulla finestra l'avevano capovolto.
Generalmente i casòni non sono molto grandi, fa eccezione quello di proprietà della Chiesa di Pianaccio; è immenso e, unico della specie, al suo interno si trovano numerose colonne per sostenere il gradìccio ed il tetto.

El b'gòcio, la vassòra, 
la stànga e il rastèllo
El b'gòcio, la vassòra, la stànga e il rastèllo

I casòni si preferiva edificarli nel bosco perché comportava meno fatica. Dal casòne si dovevano portare al mulino le castagne già essiccate e, considerando che per 1 kg di castagne secche ne occorrono 3 kg di fresche, si comprende facilmente la differenza in termini di viaggi, e quindi di fatica.
Chi non aveva il casòne, essiccava assieme ad un'altra famiglia e per compenso andava a òvvra (a servizio), aiutava cioè chi lo ospitava, nella raccolta ricevendone come paga parte del raccolto.
Quando sopra al gradìccio c'era uno strato di castagne di 40/80 cm, a piano terra si accendeva il fuoco (fògo) che doveva consumarsi lentamente, senza fare fiamma altrimenti le castagne assumevano un colore rossastro che ne danneggiava il sapore. Per fare ciò si ricoprivano i tronchi con l'òlva. Il fuoco doveva ardere per 30/45 giorni. Si utilizzava la legna di castagno, per non fare prendere al frutto un sapore sgradevole.
Le castagne dovevano essere periodicamente rigirate per esporle tutte alla stessa quantità di calore; quelle parzialmente secche (lentòn), erano una maledizione per il mugnaio, impastavano le macine e lo costringevano a sospendere la macinatura per pulirle. Per verificare il grado d'essiccazione si toccava periodicamente l'imposta della finestra di carico; se era umida le castagne non erano ancora secche. Oppure si utilizzavano castagne fissate a bastoni poste a differenti profondità, che indicavano il livello d'essiccatura dello strato da cui erano estratte. Questa operazione abbastanza delicata era svolta dagli esperti anziani.
Per togliere le castagne essiccate, dopo aver tolto braci e cenere, si rimuoveva il gradìccio, cosicché il prodotto poteva essere raccolto sul pavimento.
Terminata l'essiccatura bisognava togliere la buccia dai frutti (pistadùra).
Le castagne erano versate in un bigoncio (b'gòcio) di legno ed erano battute per distaccarle dalla scorza. Per questa operazione manuale si utilizzava un bastone (stànga) provvisto ad un'estremità di una corona dentata metallica, sopra la quale c'era un piolo come nella vanga, che permetteva di pigiare con il piede le castagne all'interno del bigoncio.
Il miscuglio del bigoncio era poi versato in una vassòra, un contenitore ricavato scavando un tronco d'albero, e gettato in aria. Si separava così, per ventilazione, il frutto dalla scorza (òlva). Questo lavoro era di competenza esclusiva delle donne.
Finite queste operazioni si procedeva alla separazione (scelta) delle castagne intere da quelle spezzate (mnùzzi). Questo perché per poterle vendere o utilizzate per impieghi culinari quelle intere erano più presentabili.
Le castagne così ripulite, nell'attesa della macinatura, erano rimesse all'asciutto nel casòne per evitare che assorbissero umidità.

Il mulino

 Assieme al casòne, il mulino è parte integrante del ciclo della castgnìdùra.
Il processo di macinatura, per ricavare farina da granelli essiccati, è noto fin dall'antichità.
Originariamente la macinazione avveniva in modo semplice: i grani secchi erano sistemati su una pietra piatta o leggermente concava e poi frantumati con un'altra pietra tenuta in mano.
Nell'antico Egitto si utilizzavano rulli di pietra o il mortaio e il pestello; lavoro svolto dalle donne come testimoniano i numerosi reperti di statuette e geroglifici trovati durante le ricerche archeologiche.
Sono i Romani ad introdurre il principio delle macine girevoli.

Macchine pompeiane
Macchine pompeiane

Come si può vedere negli scavi di Pompei, i loro mulini erano costituiti da una macina fissa a forma di cono sormontata da un'altra mobile a doppio cono fatta ruotare da animali.
Questi mulini erano però di piccole dimensioni e servivano soprattutto per uso familiare.
Sono sempre i Romani a ideare e diffondere le macine circolari piatte simili a quelle dei mulini odierni.
Sarà solo nel Medioevo che si affermerà l'utilizzo del mulino ad acqua che permetterà un gran risparmio di forza lavoro e, per mezzo dell'introduzione delle ruote ad ingranaggi, l'aumento della velocità di rotazione delle macine.
Le Crociate portano in Europa la cultura dei mulini a vento molto diffusi in Medio Oriente che funzionano molto bene in terreni pianeggianti ed aperti. Nelle nostre zone questi strani edifici non si diffonderanno mai.
I mulini sono stati per secoli il generatore di forza motrice più conosciuto.
Oltre che per macinare i cereali fornivano energia ai frantoi dell'olio, alle segherie, alle fucine e per la battitura della canapa.
Tutto questo ovviamente non poteva non avere delle ripercussioni economiche; le autorità cominciarono ad introdurre provvedimenti normativi ma soprattutto non si lasciarono sfuggire l'occasione di imporre gabelle ai proprietari per lo sfruttamento dell'acqua dei fiumi.
Dato l'enorme costo di un mulino solo le famiglie benestanti avevano interesse a possederne uno ed obbligavano il popolino, previo pagamento, ad utilizzarlo. Ciò costringeva le persone ad usare piccole mole a mano per il loro fabbisogno.
Questa prassi è ritornata di moda durante l'ultimo conflitto mondiale.
Per evitare di consegnare il proprio raccolto all'ammasso, i contadini ed i montanari hanno rispolverato i mortai, i pestelli e le piccole macine a mano. Le autorità tedesche d'occupazione faranno di tutto per proibire tale uso, dalle pesanti ammende alla carcerazione.
Il mulino, presente in quasi tutti i nostri paesi, è composto dalle seguenti parti:

  • Il botàccio ed un tramàzzo (chiusa), per convogliare e regolare l'acqua del fiume indipendentemente dalla sua portata.
  • La manovella per aprire il flusso dell'acqua e convogliarlo sulla ruota.
  • La ruota a pale o a cassette, vero e proprio motore del mulino.
  • La stanga per attaccare gli ingranaggi della ruota a quelli della macina e metterla in rotazione. Questi ingranaggi, ora in ferro, una volta erano realizzati con pioli di legno conficcati su tamburi, silenziosi ma molto più fragili.
  • Due macine normalmente in sasso, quell'inferiore ferma (dormiente) e quella superiore rotante (girante) con un regolatore di spazio fra le due, per ottenere una farina più o meno fine. Una struttura di legno ricopre interamente le macine per impedire ai chicchi di uscire.
  • L'albero per il movimento, attraversa la macina inferiore ed è fissato a quella superiore in un'apertura detta occhio della macina.
  • La tramoggia, nella quale sono versate le castagne secche.
  • La bochètta, fatta oscillare da una massa di legno, detta battèlla, che striscia sulla macina. L'inclinazione della bocchetta è regolata con la grana (volantino). Questo sistema fa cadere gradualmente le castagne nell'occhio di macina.
  • Il palmento, la cassa nella quale si accumula la farina.
  • Il paranco, per sollevare la macina e pulirla con appositi attrezzi quando le castagne non secche (lentòn) la impastano.

Mulino a ruota orrizzontale
Mulino a ruota orrizzontale

Se la macina gira lentamente si ha uno scarso rendimento del mulino, se gira velocemente si può avere la rottura degli ingranaggi per gli sforzi in gioco e il surriscaldamento delle macine che rovina la farina.
Per macinare 1 quintale di farina occorrevano circa due ore.
Le macine giravano 24 ore su 24 e il mulino era un formicaio, con persone che andavano e venivano per aiutare il mugnaio.
La macinatura non era pagata in danaro; per ogni quintale di farina, il mugnaio teneva per sé la molènda (4 Kg. di farina).
A Pianaccio il mulino si trova nella casa di Pietro Fornagiari in Sambuccione.
E' stato costruito nel 1880 e nato a ruota verticale a cassette (tipo romano), per sfruttare la spinta data dalla velocità, e la forza di gravità fornita dal peso dell'acqua. In un secondo tempo è stato modificato mettendo la ruota orizzontale, sempre a cassette (tipo greco), per sfruttare il salto dell'acqua.

Durante i lavori di restauro, avvenuti nel 1995, sono venuti alla luce:
  • Un magnifico archetto in sasso, al posto della porta d'accesso che era stata messa per evitare che la polvere di farina si diffondesse per tutta la casa.
  • Sotto la scaletta a sinistra dell'entrata, il luogo dove era posta la prima ruota, verticale, mossa dall'acqua.
  • Sopra la tramoggia di sinistra, una scritta recante una preghiera di ringraziamento alla Madonna Benedetta.
E' formato da due gruppi di macine di 1,20 metri di diametro, azionate da una sola ruota. Quello di sinistra serve per castagne e frumento, quello di destra per il grano. Questo diverso uso è dovuto solamente alla lavorazione delle superfici delle macine.
E' rimasto in attività fino alla fine degli anni '50, ma è ancora oggi in perfette condizioni di funzionamento. Alimentato dall'acqua prelevata dal fòsso Bagnadori con l'ingresso del bottàccio a valle del ponte della Spessia.
Con l'arrivo del benessere, che ha migliorato il tenore di vita, tutto questo è scomparso.
La popolazione della montagna fortunatamente non ha più la necessità di raccogliere castagne per sfamarsi.
I castagneti, lasciati incolti, sono diventati impenetrabili, invasi dai rovi e dalle sterpaglie.
Gli alberi, non più curati, anche se con fatica danno ancora frutti che sono il pasto preferito degli animali del bosco, soprattutto cinghiali.
I casòni abbandonati e privi di manutenzione stanno crollando ad uno ad uno. Un altro pezzo della civiltà montanara se n'è andato.

Il Mulino di Pianaccio
Il Mulino di Pianaccio

Se guardata con gli occhi dell'uomo del 2000, quando non è più necessario faticare tanto per procurarsi il cibo, la stagione della castignìdùra appare come un periodo suggestivo.
Tutti i paesani erano come i componenti di un'unica grande famiglia e si aiutavano l'un l'altro; i paesi si trasformavano in immensi formicai con le persone indaffarate a procurarsi le provviste per l'inverno.
I boschi, mantenuti puliti ed in ordine erano giardini, piacevoli da osservare e da girare anche se i proprietari, giustamente, non permettevano a nessuno di raccogliere; per loro si trattava di sopravvivenza.
La mia generazione, figlia dell'immediato dopoguerra, ha vissuto in piccola parte questo mondo e ha assistito alla sua lenta agonia.
Oggi per il ciclo della castagna si utilizzano le macchine.
I decespugliatori per la pulizia, battitori dei cardi a motore e dei grossi aspiratori per la raccolta, una macchina azionata da un motore a scoppio per separare le castagne dalla buccia e per dividerle dai mnùzzi.
L'essiccazione è eseguita in modo industriale con aria calda.
Anche se più per amor proprio che per necessità ed aiutandosi con tutti i mezzi che la tecnologia mette a disposizione al giorno d'oggi, qualche anziano continua ancora quest'opera.
A Pianaccio chi ancora pratica la castgnìdùra è Umberto Biagi.
Ha sistemato il casòne vicino a casa nella Borèlla e, utilizzando ovviamente macchinari, pulisce i boschi, raccoglie e secca le castagne. Per essere completamente indipendente si è costruito anche un piccolo mulino azionato da un motore elettrico.
I casòni sono utilizzati solo per scopi didattici ed in occasione di rievocazioni storico-culturali, quando i paesani di una certa età, si rendono disponibili per narrare ai giovani ed ai bambini la stagione della castgnìdùra. E' piacevole vedere soprattutto i piccoli ascoltare questi racconti come se fossero favole, meravigliati ed incuriositi da questi strani aggeggi con i quali i loro nonni hanno lavorato con molta fatica per ricavare un misero cibo tanto buono.
Gli attrezzi, parte importante di questo mondo ma simbolo per molti di miseria, non ci sono più; distrutti e bruciati dai proprietari o venduti per pochi soldi, quasi ci si dovesse vergognare di averli usati.
Nel taslòn (solaio), in mezzo ad un mucchio di stramàzzi (cianfrusaglie) abbandonati e polverosi, qualcuno ha ritrovato vassòre, stànghe, b'gònci, rastèlli che, dopo avere restaurato con cura, ha messo in bella mostra in casa per ricordare un tempo ed un mondo scomparso da pochi anni ma già così lontano; sicuramente duro ma fatto di cose semplici e genuine lontano dalla frenesia della vita moderna.
In una valle come la nostra è facile ancora oggi imbattersi in un mulino abbandonato o funzionante come quello di Taccaja o in opifici come la grande ferriera di Panigale che sfruttano l'acqua dei numerosi torrenti.
A Pianaccio ogni anno per la sagra del Casòne Ardente, sì organizzano visite culturali al casòne ed al mulino durante le quali gli anziani del paese intrattengono turisti, compaesani e curiosi, spiegando il ciclo della castgìdùra e raccontando le fòle del passato.

Girovagando su internet ho trovato dei versi di Francesco Guccini relativi alla vita umile e dignitosa dei nostri nonni:

Io che guardavo la vita con calmo coraggio
cosa darei per guardare gli odori della mia montagna;
vedere le foglie del cerro, gli intrichi del faggio
scoprire di nuovo dal riccio il miracolo della castagna.


(La Mùsola n.66)





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