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Curiosita'

GENTE D'NA VOLTA: ULISSE E GIULIA

di Franco Franci

Giulia Biagi
Giulia e Ulisse Biagi

In tutti i paesi grandi o piccoli esistono personaggi che per le loro caratteristiche, positive o negative, sono sulla bocca di tutti, protagonisti d'avvenimenti comici e grotteschi o centro di scherzi a volte anche feroci.
Chiedo scusa fin da ora se questo mio racconto offenderà la sensibilità di alcune persone; non è nelle mie intenzioni. 
Vorrei solo descrivere alcune vicende che mi hanno raccontato i paesani ed altre che ho vissuto in prima persona, accadute ad una coppia di sposi, Ulisse e Giulia.
Ho conosciuto Ulisse Biagi quando era ormai avanti con gli anni; una persona non troppo alta e abbastanza rotondetta, con i capelli a spazzola ispidi e bianchi, con gli occhiali e, nei mesi invernali, una coppola in capo regalo della sposa.
Esercitava un mestiere ormai scomparso non solo nelle nostre montagne ma anche in città: il calzolaio e nel costruire scarpe e scarponi era veramente un artista.
Un uomo molto irascibile e fumantino; in gioventù quando c'era da "smadonnare", anche per le cose più semplici, conosceva tutti i Santi presenti e non nel calendario. Lui, come del resto tutti i montanari, non bestemmiava però con cattiveria e con convinzione ma le imprecazioni erano un intercalare al discorso.
Questo suo modo di comportarsi cambiò decisamente quando, in età ormai avanzata, sposò Giulia la perpetua del paese timorata di Dio; si faceva il segno della croce appena sentiva pronunciare non una bestemmia ma qualcosa che secondo lei offendeva l'Altissimo.
Giulia era una donna di carattere mite, filiforme, i capelli sempre acconciati e di colore candido, con un paio d'occhialini tondi con telaio metallico che appoggiavano su un naso affusolato e abbastanza pronunciato, portava sempre un grembiule da massaia con un lembo infilato nella cintura e sulle spalle, anche in piena estate, uno "sciallino" fatto con le sue mani all'uncinetto.
Lui parlava sempre in dialetto e solo quando aveva a che fare con "forastèri" intramezzava qualche parola d'italiano; la moglie che, quando era ancora alle dipendenze del parroco, aveva avuto a che fare con persone fuori dell'ambito paesano, parlava solo l'italiano. 
Nel vivere quotidiano Ulisse chiamava la sposa "Zulia" e lei lo chiamava "Olisse" e spesso "cocchino" un nomignolo che gli aveva dato nell'intimità; la cosa lo faceva imbestialire "en mè ctiamàa cochin quand'e jè la zènte !".
Dopo il matrimonio, per non offendere "c'la dònna", aveva smesso d'imprecare e quando perdeva la pazienza, cosa che capitava un giorno sì e l'atro pure ed anche più volte nella stessa giornata la sua imprecazione più forte era "mmh .. boion".
Abitavano nella casa che si affaccia sulla piazza del paese dove Ulisse aveva il negozio da tabaccaio. In questa bottega, esclusi i generi alimentari, si poteva trovare un pò di tutto.
Entrando nella sua casa, di fronte alla porta una ripida scala portava al piano superiore dove c'erano le camere, a destra la bottega da tabaccaio, a sinistra, il suo banchetto da calzolaio sempre tutto ordinato con chiodi, bollette, lesine, martello, forbici, aghi, spago posto di fronte alla finestra per vedere correttamente mentre lavorava. Sempre a sinistra, in fondo, la cucina terreno incontrastato della Zulia.
Questa sistemazione era avvenuta dopo la guerra inizialmente, infatti, a sinistra c'era solo la bottega da calzolaio e la cucina si trovava al piano superiore.
Lo spostamento al piano terra era avvenuto con il prolungarsi dell'età e anche perché, i bambini del paese per divertirsi e prenderlo in giro, sapendo che si arrabbiava con niente, si radunavano vicino alla tabaccheria, aspettavano che Ulisse e Giulia si sedessero a tavola per il pranzo o per la cena poi uno entrava in negozio per comperare una sigaretta. Ulisse, con il tovagliolo infilato sotto la gola e imprecando scendeva, serviva e ritornava al piano superiore a tavola. A questo punto un secondo fanciullo entrava in bottega e la scena si ripeteva. E così via per molte volte durante il pasto che alla fine diventava freddo.
La cosa che faceva divertire di più i ragazzi, e mandava Ulisse letteralmente in bestia, era d'aspettare che prendesse a mano la pece per ungere il filo per le cuciture delle scarpe. Quando aveva le mani ben bene impiastricciate i fanciulli entravano in tabaccheria per chiedere dei francobolli o della carta da lettere che regolarmente si attaccavano alle mani del povero calzolaio con imprecazioni moderate (mmh .. boion) ed arrabbiature favolose.
Anche Giulia era al centro degli scherzi.
La notte di San Giovanni, 24 giugno, per tradizione i ragazzi del paese trafugavano gli oggetti davanti alle case delle ragazze da marito lasciando un biglietto con una filastrocca con le indicazioni dove poterli ritrovare. Più la fanciulla era carina più gli oggetti trafugati erano numerosi e il ritrovamento difficile e sempre lontano dall'abitazione.
A Giulia, non più una fanciulla, sposata e non certo una bellezza prorompente, erano regolarmente sottratti gli enormi vasi da fiori che possedeva davanti a casa e che curava amorevolmente; il loro nascondiglio era sempre in posti impervi e lontanissimo dal paese con arrabbiature inenarrabili di Ulisse per recuperarli che aumentavano a dismisura ogni volta che la mogli cercava di calmarlo chiamandolo "cocchin".
Negli ultimi anni, per evitare l'inconveniente di girare tutto il paese e dintorni a raccattare gli oggetti trafugati, la sera prima di San Giovanni, Ulisse metteva all'interno della tabaccheria, tutto quanto aveva nell'aia.
Su questi due sposi si raccontano storie ancora oggi a molti anni dalla loro morte che fanno ancora sorridere soprattutto alle persona che li hanno conosciuti.
Giulia per un compleanno regalò ad Ulisse una coppola nuova e lui per dimostrare che aveva gradito la portava sempre anche d'estate. Il cappello però era stato acquistato con una misura abbondante rispetto al capo di Ulisse. Il problema si presentò quando il calzolaio e si mise al banco per riparare un paio di scarpe. Chinando il capo per lavorare, il cappello gli scendeva davanti agli occhi e lui con una mano lo rialzava, una, due, tre volte alla quarta imprecando prese la coppola la mise sopra "l'incudine da calzolaio", quella specie di treppiedi metallico con le forme per le scarpe, e con il martello a testa tonda piatta lo ridusse in brandelli.
Ulisse nel mettere su un paio di scarponi le "bollette" si diede una martellata su un dito. A questo punto lo scarpone che aveva in lavorazione dalla rabbia volò fuori della finestra che, essendo estate fortunatamente era aperta per il caldo, e finì in mezzo alla piazza.  Passava in quell'istante un villeggiante che non conoscendo l'individuo rimase meravigliato e si voltò verso il calzolaio, nel frattempo era uscito dalla bottega, con un'aria interrogativa. Ulisse più bello del sole lo guardò e gli comunicò " l'è inùttile t'aspètti, an te lo tìro mìa cl'altro scarpòn".
Quando ero un bambino, cinque o sei anni, lo scherzo che involontariamente gli combinavo era sponsorizzato da mio zio Benito che mi mandava a comperare cinque sigarette, allora si vendevano anche sfuse, di marca "Vecchia Romagna Buton".
Era comico vedere Ulisse arrabattarsi su per lo scaffale dove teneva i tabacchi brontolando in continuazione come una pentola di fagioli per cercare questa fantomatica marca di sigarette e poi, dopo aver ravanato in lungo e in largo, rimandarmi dallo zio con la notizia che queste sigarette forse erano nuove e lui non le aveva. A questo punto lo zio veniva con me da tabaccaio e, colpevolizzandolo perché non aveva mai niente di nuovo, ripiegava sulle tradizionali "Nazionali senza filtro".
Un altro scherzo di noi fanciulli era di entrare con una moneta da 100 lire e chiedere un "burdigone", dischetto di liquirizia che costava una lira. Il comico era vederlo maneggiare i soldi per darci 99 lire di resto spesso con le mani sporche di pece. Avuto il resto uscivamo dal negozio per ritornare poco dopo comunicandogli che avevamo trovato una lira spiccia e se poteva ridarci la moneta da 100. Ricominciava l'operazione di conta del denaro con brontolii (mh .. boion) che arrivavano alle stelle.
Una volta, ero già più grande, gli giocammo uno scherzo un pò pesante. A tarda sera, quando Ulisse e Giulia erano già a letto, riempimmo la grondaia della casa con carta di giornale e poi gli appiccammo fuoco. La grondaia fece da cassa amplificatrice. Ne nacque un rumore assordante quasi come un terremoto che svegliò i vicini ed anche i due sposi che uscirono da casa in camicia da notte con gli occhi fuori delle orbite per la paura.
Per oltre vent'anni ho fatto parte della Pro Loco. Durante questo periodo, rompendo le scatole ai pianaccesi per farmi prestare le loro fotografie di famiglia da duplicare, ho costruito un archivio di circa 3000 immagini che ho utilizzato per organizzare mostre fotografiche durante il periodo estivo. 
In tutte queste foto ho trovato una sola immagine di Ulisse assieme ad altri paesani e a don Achille Filippi, ucciso dai partigiani a Maiola di Serravalle la notte fra il 25 e il 26 luglio 1945 (Musola 82, Ottobre 2008), scattata probabilmente in un pellegrinaggio alla Madonna dell'Acero il 5 d'agosto ma non ho trovato nessuna foto di Giulia; una donna molto riservata che non amava mettersi in mostra.
Alcuni anni fa però mi ha contattato una gentile signora di Bologna che aveva passato la gioventù a Pianaccio. Mi invitava a casa sua per visionare un filmato Super8 in bianco e nero girato in paese dal padre negli anni '50. La pellicola, convertita in una cassetta VHS, è stata mostrata, una sera d'estate, in piazza con la meraviglia e lo stupore dei presenti nel rivedere come era il borgo una volta. In una sequenza di questo filmato si vedono davanti alla loro casa sorridenti Ulisse e Giulia. Con l'aiuto di mio figlio, isolando alcuni fotogrammi, non di eccellente qualità, sono riuscito a ricavare una foto di questa coppia.
Al termine di queste storie vorrei ringraziare tutte le persone che con i loro racconti mi hanno permesso di ricordare questi due paesani.
Spero di non essere incorso in errori che sono da addebitare solamente al sottoscritto e fin da ora chiedo scusa se ciò è accaduto.


(Luglio 2017)





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