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Curiosita'

Gabba

di Alessandra Biagi

Vallata Est del Corno alle Scale
Vallata Est del Corno alle Scale

Oggi Gabba è un paese di poche case addossate alla curva che, venendo da Gaggio Montano, si apre all'improvviso sulla valle del Silla come la porta di un grande balcone panoramico.
Giusto il tempo per stupirsi di tanta bellezza ed ecco il cartello che ne indica la fine.
Ma un tempo, nel medioevo, questo paese ha avuto una storia così nobile ed importante da fare impallidire tutto il restante territorio comunale.
Il borgo di Gabba è citato per la prima volta in un documento del 753, una donazione di territori fatta da Astolfo, re dei Longobardi, al cognato Anselmo, fondatore delle abbazie di Fanano e Nonantola.
Dal punto di vista politico Gabba appartenne, dal VIII al XII secolo, all'abbazia di Nonantola, come tutto il territorio afferente alla pieve di Lizzano, conquistato poi dal comune di Bologna.
Nel 1014 Gabba fu sede di un castello appartenuto alla famiglia Cuzani alleata con Bologna.
Un luogo ricco e potente che vide anche la presenza di figure straordinarie che non ti aspetteresti mai di trovare quassù.
Luigi Ruggeri scrive: "L'ultimo castellano che dominò sul paese di Gabba fu Gottifredo di Roncisano che nel 1281, imitando gli avi suoi, volle portare soccorso di cento armati alle falangi cristiane in Palestina, ove diportossi da eroe.
Egli aveva affidato il castello alla sorella Geltrude: e quando, passato un decennio, fu perduta con la città di Tolemaide l'ultima speranza, tornò al castello, ma ahimè non vi trovò né la sorella, né le insegne della sua prosapia.
Riccardino da Panico, atroce ghibellino, già da otto anni se ne era impadronito, fugando con settanta sgherri i soldati, i domestici e gli aderenti del Cuzani, e facendo prigioniera la stessa Signora del castello, la quale riscattò l'onore e la vita col sacrificio di ogni suo avere, poscia non ricevendo più nuove di Siria, credette estinto il fratello e riparò nel monastero di Carpineta, vestendo l'abito domenicano e lì vi morì.
Guittofredo cedè al Consiglio di Bologna ogni suo diritto sulle terre di Gabba: indi, portatosi a Modena, diè un addio ai parenti, donò al nipote Rodolfo le terre di Romagna e professando la regola di S.
Benedetto si chiuse nella Badia di Nonantola, ovè morì di anni 83".
Nel corso del Duecento Gabba fu organizzata in comunità autonoma, unita al comune di Belvedere.
A testimonianza dell'importanza militare e strategica di Gabba nel 1324 Bologna vi fece costruire una torre che ebbe la fama di essere fra le più importanti dell'intera zona.
Di questa antichissima storia rimane oggi come unica testimonianza la piccola chiesa dedicata a Santa Maria, una delle pochissime cappelle romaniche che siano giunte a noi quasi intatta nella sua struttura originaria.
Due sole infatti sono state le trasformazioni significative compiute nel corso dei secoli.
La ricostruzione della facciata conseguenza della realizzazione del campanile per il quale furono utilizzate proprio le pietre della chiesa e l'apertura delle due cappelle laterali attribuibili al XVII secolo.
La chiesa di Santa Maria Assunta di Gabba si trova nel centro del paese alle pendici del Monte Belvedere, su cui sorse agli inizi del XII secolo un munito fortilizio, voluto dal Senato Bolognese per contrastare gli attacchi di parte modenese.
La chiesa è uno dei pochissimi esempi superstiti, giunti quasi integri fino a noi, di chiesa di villaggio, voluta cioè dagli abitanti del posto in seguito a un notevole incremento demografico verificatosi tra XI e XII secolo.
Sebbene priva del fonte battesimale, essa poteva contare sulla presenza costante di un presbitero dipendente dal pievano di Lizzano, presbitero che celebrava l'eucaristia per gli abitanti del paese, nonostante la presenza regolare del rettore nella vicina chiesa di San Lorenzo di Grecchia, da cui Gabba dipendeva come parrocchia.
Il noto architetto Giuseppe Rivani, che studiò molti edifici antichi dell'Appennino, parlava con ammirazione di questa chiesa, un gioiello del Romanico appenninico che nel suo parere: "… rappresenta il tipo più semplice di costruzione romanica in pietra arenaria che si trovi così ben conservata nella nostra Provincia, Semplicissimo è il tipo di finestra a feritoia a doppio sguancio, come pure semplicissimo il coronamento di tutta la chiesa, abside compresa, costituito da un concio a sguscio e listello, mentre lo zoccolo è dato da semplice smussatura".
Questo sacro edificio trova riscontro, per la finezza di esecuzione delle cortine e per le sue particolarità con le Pievi dell'Appennino tosco-emiliano e con le costruzioni della montagna bolognese, che più che dell'arte lombarda sentono l'influsso dell'arte romanica di Toscana (v.
Pievi di Roffeno e di Panico e Santuari di Montovolo).
La chiesa, liturgicamente orientata est-ovest, presenta ancora quasi per intero l'originaria struttura romanica in opus quadratum, ad una sola navata con abside quadrilatera, presenta internamente tre finestrelle monofore con doppia strombatura, due delle quali aperte nel prospetto a levante ed una a mezzogiorno.
Fra le due finestre è presente un'apertura a forma di croce arricchita da una preziosa vetrata dipinta a fuoco raffigurante Gesù Nazzareno adorato da due angeli opera del pittore ferrarese Lorenzo Costa (1460-1535).
Ma è al suo interno che la chiesa conserva i suoi tesori più belli che fanno di questo edificio un gioiello prezioso.
Nell'abside è presente un ciclo di affreschi risalente al XIV secolo, tra i quali spicca sulla parete nord una bellissima Madonna della Cintura in trono entro amigdala, circondata da angeli, assegnata per i tratti stilistici al migliore Trecento bolognese.
Purtroppo l'affresco risulta mutilo per l'inserzione, in età moderna, di un pulpito, poi rimosso negli anni '60 del Novecento.
Il motivo della Madonna del Cintura, il cui culto si diffuse in particolare nella zona di Prato a partire dal 1141, giunse nel Belvedere forse in seguito al ricco mercante pratese Francesco di Marco Datini, che tra XIV e XV secolo ebbe molti contatti con Porretta e Bologna, e qui in particolare con le famiglie Nanni e Bentivoglio.
Datini era molto legato alla Sacra Cintola, tanto che nel suo testamento lasciò precise disposizioni riguardo alla fornitura di dodici lampade d'argento all'altare della Madonna della Cintura nella Cattedrale di Prato, ancora presenti, e inoltre ospitava nel suo palazzo i personaggi importanti che venivano ad assistere alle ostensioni.
Tale devozione è qui giunta e si è affermata forse anche grazie alla posizione stessa del paese (che a quel tempo era un borgo fortificato) e della chiesa di Gabba, su un'importante via di comunicazione tra Emilia e Toscana, e ciò forse grazie all'intervento di chi percorreva tale via, cioè i mercanti.
La strada attraverso il Belvedere non era la più comoda per andare da Prato e Firenze a Bologna, ma pare che Datini, al tempo della pestilenza del 1389-91, avesse trovato rifugio a Pistoia, da dove la via più breve per giungere a Bologna era attraverso Porta Franca e il Belvedere.
Ecco come, forse, può essere giunta nella nostra zona la devozione per la Cintola, senza escludere un intervento indiretto proprio di Giovanni Bentivoglio, molto potente a Bologna e nel suo contado.
Nella parete di sinistra, un'ultima cena, in quella in fondo i Santi Rocco e Sebastiano mentre nella volta a botte è presente un Padre Eterno con i quattro Evangelisti.
In una larga fascia sottostante sono ancora visibili dei profili laureati entro medaglioni, in uno dei quali si è voluto riconoscere il poeta Dante Alighieri.
La parete sopra l'altare maggiore, tra le due monofore, è affrescata con due angeli che incoronano la Vergine, purtroppo mancante per l'inserzione, alla fine del XVIII secolo, di un'ancona in legno intagliato e dorato; ai lati sono ben riconoscibili San Rocco e San Sebastiano, santi epidemici per eccellenza la cui presenza nelle chiese di montagna era legata al ciclico ripresentarsi di pestilenze.
Le due cappelle laterali sono frutto di lavori di ampliamento del XVII secolo, così come la facciata e il campanile.
Nel corso di lavori di restauro è emerso, nell'area dell'altare maggiore della chiesa di Gabba, un bel pavimento in cocciopesto con tessere rosse e nere, disposte a formare motivi fitomorfi.
La chiesa di Gabba conserva anche alcuni arredi provenienti dalla vicina chiesa parrocchiale di san Lorenzo di Grecchia, purtroppo definitivamente crollata a causa di una paleo frana che ne ha sempre minacciato la stabilità.
Questa chiesa si trova a poche centinaia di metri da Gabba.
Attualmente ci sono solo i resti ma anch'essa di antichissima origine e sede di un castello.
L'esistenza nel medioevo di due chiese così importanti ed antiche, e, forse, di due castelli posti a poche centinaia di metri l'uno dall'altro rappresenta un fatto assai raro per non dire unico nella montagna Bolognese.
Fra l'altro questi due castelli: "… per lunga stagione si fecer guerra e di dilaniarono a vicenda, seguendo il primo (Gabba) la bandiera dé Guelfi, l'altro (Grecchia) le insegne dé Ghibellini… questi due castelli e le case che ne contorno si aggiunsero diedero origine a due distinte parrocchie".
Altra stranezza è che per diversi secoli, a partire dal 1569, le due chiese furono unite in un'unica parrocchia sotto la dipendenza di Grecchia.
Frutto della riedificazione compita nel XVII secolo la chiesetta presentava fino a qualche anno fa, prima che una frana la inghiottisse quasi completamente, i caratteri tipici dello stile romanico con forma a capanna dotata di un tozzo campanile con bifora Internamente erano presenti cinque altari e, a dimostrazione della sua importanza, un bellissimo apparato a terzo: "… che forse non trovasi in egual ricchezza in molte collegiate e cattedrali d'Italia".
L'altare maggiore della chiesa di Grecchia, un pregevolissimo esempio di artigianato emiliano, fu realizzato da mastro Silvestro Pozzi, intagliatore e doratore.
Attualmente è conservato nella chiesa di san Giacomo di Bologna.
Altra opera pregevole è la pala dell'altare maggiore, dove sono raffigurati san Lorenzo, patrono, e i co-patroni san'Antonio, san Pancrazio, san Giacomo e san Giovanni Battista; la pala, a olio su tela di ignoto autore, è un bell'esempio di pittura di ambito emiliano del '600.
Purtroppo dell'antica e misteriosa storia di Grecchia rimane oggi solo il campanile, ricavato da una torre civica risalente forse al XI secolo facente parte del sistema difensivo del Belvedere che, come un vecchio guerriero ormai rassegnato, sembra attendere senza più speranza l'ultimo sussulto della terra prima di scomparire definitivamente.
Il fonte battesimale della chiesa di Grecchia sarà riutilizzato come base per la mensa dell'altare di Gabba.

                                                       




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