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Fili a Sbalzo
Terminata la guerra, gli uomini del paese sopravvissuti alla catastrofe riprendono il lavoro interrotto a causa del conflitto; tagliare la legna dei boschi per venderla in città e riuscire così a sbarcare il lunario. Si riuniscono in cooperative prendendo in concessione dalla Forestale, che è custode del patrimonio Demaniale, un appezzamento di bosco. L’abbattimento degli alberi e fatto a colpi d’acètta (ascia), le motoseghe che si vedono nei film americani non sono ancora in commercio in Italia.
Per trasportare il legname a valle, si usano i fili a sbalzo, lunghe campate di cavo d’acciaio teso fra un pòggio ed un altro per fare arrivare i tronchi ai bordi della strada dove sono ammassati in enormi gnàri (cataste) pronti per essere caricati sui camion.
I paesani Giorgio e Fano (Floriano) alla batùda Per tirare i fili gli uomini ne prendono ciascuno alcune spire in spalla e, distanziati l’uno dall’altro, portano la grossa matassa su per la montagna fino al punto di partenza della teleferica dove il cavo è fissato ad un grande albero. Lo fanno poi rotolare verso la prossima batùda più a valle; con un argano, ricavato da un tronco sul quale sono praticati dei grossi fori, tendono il filo e lo bloccano ad una grossa pianta.
I tronchi tagliati, legati con una corda e attaccati ad un gancio di legno, sono fatti scivolare lungo il filo. Nel cavo, alle batùde, sono inseriti dei pneumatici per attutire il colpo all’arrivo del fascio anche se qualche volta, dalla troppa velocità, questo sbatte violentemente contro i copertoni, spezzando la corda che tiene uniti i tronchi e facendo volare pericolosamente quest’ultimi da tutte le parti.
I boscaioli hanno un linguaggio per comunicare fra di loro a distanza; i telefonini sono ancora di là da venire. Quando è ora di pranzo, legano al fascio una fràsca (ramo di foglie) così pure per la fine giornata, mentre per l’inizio del lavoro battono con un grosso ramo il cavo più volte, in modo che tutti si mettano in sicurezza ai loro posti.
Se un fascio si ferma durante la discesa, per farlo ripartire si batte il filo creando delle vibrazioni e se proprio non si riesce a sboccarlo se ne molla un secondo; normalmente la situazione si appiana ed entrambi i fasci arrivano assieme alla batùda. Può succedere, per fortuna molto raramente che, se i due fasci non si muovono, se ne lancia un terzo e normalmente questo basta.
Più volte il giorno le corde ed i ganci dalla batùda d’arrivo devono essere riportare a quella di partenza. Questo è un lavoro svolto dai più giovani; si caricano in spalla sacchi con tutta l’attrezzatura e s’incamminano su per la montagna.
E’ un mestiere pericoloso non solo per chi ci lavora ma anche per le persone che percorrono sentieri sottostanti la teleferica. Non è infrequente, infatti, che qualche gancio si spezzi lasciando cadere il fascio, da un’altezza considerevole e con grande velocità. Per avvisare di questo pericolo a quanti si avventurano nei boschi, all’inizio di questi sentieri i boscaioli hanno posto dei cartelli:
“Attenzione fili”.
Oggi passeggiando per i boschi è facile imbattersi ancora nei resti di questo duro lavoro; copertoni, parti di cavo, batùde, ganci e spezzoni di corda. Anche se non troppo distante da noi, quello del boscaiolo è ormai un mestiere scomparso, che ha permesso a molti di guadagnare il pane per se e per la famiglia ma che causato molti incidenti purtroppo anche mortali.

Franco Franci

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